Vivere sulle montagne russe

montagne russe giapponesi

Le montagne russe descrivono il movimento ondulatorio e ciclico dei nostri stati interiori e relazionali. Attraversiamo fisiologicamente fasi di espansione, contrazione e stasi ma il più delle volte ci sottraiamo al loro alternarsi. Governiamo il movimento ciclico, lo neghiamo, forzandoci di stare in uno stato perenne di espansione, arrampicandoci nei picchi più alti della montagna russa con tutte le nostre forze, anche quando la nostra energia va in senso completamente contrario. Opponiamo resistenza alla forza motrice che ci spinge verso la stasi perché viviamo in un tempo in cui fermarsi non è concesso, è improduttivo, non funzionale al ritmo che detta la vita lavorativa, sociale, relazionale. La mente individuale, come quella collettiva, ci spingono all’iperattività, al mito del fare, pensare, spiegare controllare incessantemente ogni cosa ci accada.

Non permettere l’autunno alla nostra esistenza è come impedire alle foglie rosse, gialle e brunastre degli alberi di cadere e creare un manto nel bosco, è costringere gli alberi al verde perenne.EQUINOZIO-AUTUNNO-OK-1

Eppure ogni aspetto della nostra vita è regolato dalla ciclicità. In ogni secondo della nostra giornata il respiro ci ricorda che abbiamo bisogno di contrarre la muscolatura per prendere il respiro, trattenere l’aria ed espanderci portandola fuori. Raramente ci soffermiamo sul vuoto che segue, quel momento di silenzio e inattività che occorre per contemplare l’espansione, goderne e prepararsi per un nuovo respiro.

Se il respiro non è sufficiente a comprendere la dinamica cicilica del nostro vivere quotidiano, il rapporto sessuale ci offre una descrizione ancor più maneggevole. L’unione di due corpi nell’incontro sessuale è scandita da un tempo di ascesa, caratterizzato da concentrazione muscolare, trattenimento, stretta, movimento quasi convulsivo che raggiunge un picco per poi cedere ad un moto più lento, all’abbandono, al rilassamento muscolare. In un attimo si arriva al vuoto, quell’interstizio silenzioso che il cinema riempie con una sigaretta, una doccia veloce, una fuga automatica.

Riprendere consapevolezza della nostra cicilicità e farci guidare dai suoi naturali movimenti richiede di portare l’attenzione sul corpo, di osservare gli stati emotivi che ci segnalano  a quale velocità possiamo andare. Stare con i nostri cicli è un dono che possiamo fare al nostro benessere interiore e relazionale, è uno strumento potente che possediamo per canalizzare in maniera funzionale la nostra energia durante la contrazione, guidare armoniosamente l’espansione e riscoprire la pienezza nel vuoto.

Possiamo riempirci di entusiasmo e paura quando saliamo sulle montagne russe, espanderci con un urlo liberatorio quando scendiamo, sentire il tremolio alle gambe dopo la discesa e ricaricarci per un nuovo ciclo.

Ho avuto la fortuna di crescere nella Natura. Dai fulmini seppi della subitaneità della morte e dell’evanescenza della vita. Le figliate dei topolini mostravano che la morte era raddolcita da una nuova vita. Una lupa uccise un suo cucciolo ferito a morte; insegnò la compassione dura, e la necessità di permettere alla morte di andare al morente. I bruchi pelosi che cadevano da gl’alberi e faticosamente risalivano m’insegnarono la determinazione. Dal loro solletico, quando mi passeggiavano sul braccio, imparai come la pelle può risvegliarsi e sentirsi viva.
Clarissa Pinkola Estés

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