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In questo nido virtuale puoi trovare la presentazione dei servizi di supporto e sostegno psicologico proposti nell’ambito della mia attività professionale, informazioni aggiornate relative a laboratori di educazione alla sessualità ed altri eventi di sensibilizzazione, articoli di approfondimento su temi psicologici e sessuologici, pubblicati anche in risposta ad eventuali stimoli, commenti e richieste di chi visiterà le pagine interattive.

Buona navigazione!

Dott.ssa Francesca Fadda
Psicologa – Psicoterapeuta sistemico relazionale – consulente sessuale

Studio di consulenza e psicoterapia, via Rossini, 6 Cagliari

Studio Logopedico e Psicologico, via Trieste 40a Dolianova (CA)

cell: 3472114917
email: fadda.francesca@gmail.com
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“I granelli fanno fortezze” – Yuko Nakachi

Granelli di sabbia

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Entriamo nella Casa degli uomini: un invito alla lettura del libro “Il piacere maschile” di Fabrizio Quattrini

copertina il piacere maschileIl piacere maschile #sessosenzatabù scritto da Fabrizio Quattrini per la collana GIUNTI “Sesso: alla scoperta del piacere”, è in vendita dal 2017 nelle maggiori librerie italiane. La sua presentazione in numerose città è diventata un’importante occasione di divulgazione e sensibilizzazione sulle tematiche più attuali legate all’esperienza erotico sessuale maschile.  Consiglio la  lettura del libro a uomini e donne per  stimolare la riflessione sulla possibilità di un ripensamento del maschile libero da stereotipi e miti sulla sessualità.

Il piacere maschile offre una prospettiva di genere sul piacere e sulla sessualità problematizzando i miti culturali e gli stereotipi sociali che definiscono ancora in maniera rigida i ruoli di genere su due binari secondo norme rigorosamente eterosessiste. L’autore affronta il tema della costruzione dell’identità sessuale analizzando le interconnessioni tra il genere maschile, i processi identitari e le dinamiche relazionali, portando l’attenzione sull’influenza di tali meccanismi nell’esperienza erotico-sessuale.

Mentre i femminismi hanno contribuito a rivendicare l’esistenza dei corpi, scoperto la sessualità femminile e il piacere svincolato dal dovere procreativo per le donne, le conoscenze e le consapevolezze sul piacere e sull’erotismo maschile sono rimaste fortemente ancorate alla duplice modalità ironia-patologia su cui viaggiano i miti e gli stereotipi della cultura di appartenenza fortemente legati alla differenza tra i generi.
Oggi gli uomini si trovano a confrontarsi con aspettative sociali sul maschile, sul dover essere e dover corrispondere ad un certo ruolo, nell’impossibilità di dialogare con una flessibilità dei generi, trovandosi sovente a vivere con disagio e a sperimentare disfunzioni sessuali nelle relazioni intime ed erotico-sessuali.
Fabrizio Quattrini propone un percorso personale e culturale di riscoperta e ridefinizione del maschile, accompagnando i lettori e le lettrici nella scoperta della casa degli uomini, che, prima ancora della nascita, erige le sue fondamenta su un’educazione differenziata rispetto al genere e tratteggia lo sviluppo dell’identità e del ruolo maschile in ogni fase dello sviluppo. L’esplorazione è guidata dalla mappa dei miti del maschile che abitano e arredano questo luogo metaforico, proponendo strategie di identificazione di quello che l’autore chiama, con una tonalità quasi futurista, “l’uomo nuovo”. Si tratta di un percorso di consapevolezza e ridefinizione del sé maschile, di integrazione nella propria identità di quegli aspetti emotivi che sono stati automutilati nel processo di socializzazione al genere, perchè costruiti in via esclusiva attorno al genere femminile. Ripensare il maschile richiede proprio di entrare in contatto con la sfera emotiva e relazionale, imparare l’arte dell’interpretare e del comprendere, necessarie per poter comunicare ed esprimersi in ogni area della vita, in particolare in quella affettiva e sessuale. La trasformazione del maschile richiede di inventare una nuova virilità che si sostanzia e si esprime in una forza non alimentata dall’aggressività e dalla prepotenza, ma dal rispetto e dalla comprensione.
La consapevolezza proposta passa attraverso la conoscenza del proprio corpo svincolata dai limiti dei modelli stereotipici e più connessa con l’esperienza emotiva e intima del vissuto corporeo. Nell’affrontare i miti sul maschile e sulla sessualità, dalle misure del pene, all’intensità e durata della turgidità, alla durata di un rapporto sessuale, viene proposto un vademecum sulle fasi del ciclo della risposta sessuale con descrizioni che chiariscono i processi fisiologici e psicologici accompagnate da curiosità, vignette cliniche ed esercizi di self helping da sperimentare durante la lettura come esperienze di educazione e consapevolezza.

L’esperienza erotico sessuale viene presentata come una risorsa per il benessere fisico e psicologico, dove quell’altruismo orientato al dare piacere alla partner per dimostrare la propria virilità, con gli onori e glorie dell’orgasmo femminile a misura della prestazione maschile, lascia il posto ad un sano egoismo nella ricerca prioritaria del proprio piacere, promuovendo la valenza pedagogica della pornografia e la dimensione ludica dell’esperienza erotico sessuale, anche attraverso l’uso di sex toys.

Dalla conoscenza di sé e del proprio corpo l’autore passa ad analizzare il rapporto tra la costruzione dei rapporti di genere e le dinamiche relazionali, soffermandosi sui rapporti di amicizia tra uomini e sulle relazioni amorose tra maschi e femmine evidenziando il ruolo del mito dell’amore e della famiglia, dell’esclusività e dell’indissolubilità delle coppie tradizionali, come traguardi per la realizzazione di sé e per l’ottenimento del riconoscimento sociale di maschio adulto e uomo virile.
La coppia tradizionale si confronta oggi con forme relazionali più aperte, orientate allo scambismo e alla trasgressione, fino alle più recenti concettualizzazioni ed esperienze di reti poliamorose e alle contemporanee modalità di incontro virtuale sempre più influenti nella ricerca del piacere e nella formazione delle coppie.
Nel condurci verso la conclusione della sua trattazione, l’autore propone la dimensione bisessuale come orientamento relazionale presente potenzialmente fin dalla nascita e come libera e fluida espressione della sessualità umana, ma anche come fonte di arricchimento per la cultura dell’erotismo e per quell’auspicato percorso di integrazione del maschile e del femminile, già teorizzato da Jung nelle concezioni archetipiche di anima e animus, così come nelle filosofie orientali e nelle discipline olistiche, e presentato come percorso di ripensamento del maschile per la costruzione di un “uomo nuovo”.

Buona lettura!

Lettera aperta a Belpietro contro l’articolo “Baby trans generation”

Fonte: Mio figlio in rosa

Come professionista e cofondatrice dell’associazione La Formica Viola, mi unisco a Mio Figlio in Rosa e al movimento di associazioni e organizzazioni nazionali sottoscrivendo la lettera aperta a Belpietro contro il vergognoso articolo “Baby Trans Generation” pubblicato sull’ultimo numero di Panorama in cui la giornalista Terry Marocco affronta il tema della varianza di genere. Le buone intenzioni, qualora vi fossero, sono diventate l’ennesima occasione per diffondere informazioni distorte e per continuare ad alimentare paura e falsa conoscenza sulla varianza di genere e sulle persone trans.

Egregio Direttore Belpietro,

La ringraziamo per aver avuto l’intenzione di trattare nella rivista Panorama un articolo sulla varianza di genere in età evolutiva. Per farlo però è fondamentale una corretta informazione e chiarezza su questa realtà senza diffondere dati falsi e notizie scorrette come invece riportato nell’articolo del suo giornale in cui la giornalista Terry Marocco e la vostra redazione hanno messo a rischio la vita psicofisica e sociale di tante bambine, bambini e preadolescenti. Oltre a dare dati falsi e notizie errate, avete infatti riportato in modo distorto e denigratorio le testimonianze di persone che hanno raccontato sinceramente le loro storie e che ora non solo sono profondamente indignate ma stanno pensando alla possibilità di passare ad azioni legali. Storie date in pasto a lettrici e lettori solo per solleticare morbosa curiosità non certo per approfondire le realtà di cui si parla nell’articolo.

Il linguaggio e le immagini presentate sono importanti perché danno la misura di quanto un uso consapevole di questi strumenti comunicativi sia portatore di significati precisi, ancora di più quando si tratta di giovani vite.

Chi gestisce un giornale dovrebbe averne a cuore le responsabilità.

Un articolo che vuole trattare la varianza di genere e mette in copertina l’immagine ipersessualizzata di un bambino con labbra e occhi truccati con lo sguardo estraniato, rimanda un’immagine deformata della realtà. A questo poi é associato un titolo vergognoso per rendere il messaggio ancora più morboso e voyeristico.

Perché? Le nostre figlie e figli non sono così, non sono fenomeni da baraccone su cui speculare ma semplicemente bambini e bambine come gli altri con il pieno diritto al rispetto per ciò che sono.

Non accettiamo questa falsa e vergognosa speculazione.

La varianza di genere in infanzia e preadolescenza (che riguarda la percezione del sè e nulla ha a che vedere con l’orientamento sessuale) è tutelata dalla Commissione dei Diritti Umani dell’ONU, dall’OMS, dalla Commissione Europea oltre che dalle singole legislazioni di moltissimi paesi. Non è una realtà inventata, o una moda, tantomeno un contagio sociale. Il 43% di ragazz* trans, ragazz* che potrebbero essere vostr* figl*, arrivano a tentare il suicidio e spesso ci riescono a causa dello stigma sociale che articoli come il vostro non fanno che alimentare.

Come fa tutto questo a non pesare sulle vostre coscienze?

Gli errori, le referenze sbagliate, i numeri dati per eccesso, le reinterpretazioni delle interviste sono talmente numerosi e quasi perversi che non possiamo elencarli tutti qui. Pertanto vi invitiamo a visitare il sito TMWItalia dove è pubblicato un articolo che dimostra il pessimo lavoro che avete fatto. http://www.transmediawatchitalia.info/distorsioni-panorama/

Ciò che comunque deve essere chiaro a tutti è che, per quanto inammissibile anche la totale ignoranza riguardo ad un argomento su cui si accetta di fare un’inchiesta, il rispetto, l’empatia e la protezione de* bambin* dovrebbe prescindere da ogni credo politico, religioso ed economico.

Distinti saluti

MIT

ONIG

ArciGay Nazionale

Agedo Nazionale

Saifip

Beyond Differences

Circolo di Cultura Omossessuale Mario Mieli

Rete Lenford

Ass TGenus

Possibile LGBTI+

Mermaids CIO Fundation

Generation+

Progetto GenderLens

Ass. IAM

Gruppo TransFer

Trans Media Watch Italia

Trans Media Watch UK

Ass RisVolta

Ass. La Formica Viola

Il Grande Colibrì

Gruppo Trans* Bologna

Ass Volontariato Libellula

Genovagaya

Intersexioni

NUDI nessuno uguale diversi insieme

Betta Ferrari

Camilla Vivian

Michela Mariotto

Storm Turchi

Federica Maran

Giuseppe Ferrentino

Anna LaCriola

Marianna Miele

Antonella Pasqualini

Loredana de Pasquale

Francesco Procacci

Greta Alberti

Gabriela Stutz

Cinzia Messina

Alessandro Meroni

Camilla Serafini

Marta Cossato

Riccardo Capocchini

Francesca Verdiani

Andrea Bartolini Pagnini

Mauro Pagnini

Valentina Catavorello

Elia Rofi

Luciana Latini

Franco Verdiani

Leopoldo Formini

Simone Latini

Caterina Avanzi

Gabriela Stutz,

Fulvia Gallarotti,

Emma Cortesi,

Ilia Cortesi,

Silva Milani,

Daniela Stutz,

Daniel Hintermann,

Svetlana Stutz,

Patrick Stutz,

Maria Stutz,

Karl Stutz,

Ursula Stutz,

Markus Stutz,

Marion Stutz,

Ramon Stutz,

Janik Stutz,

Kevin Stutz

Niccolò Noci

Eva Parigi

Silvia Rizza

Peter Herold

Anne Mcglone

Carlotta Marchiandi

Francesca Mastrofilippo

Angela Aloisi

Massimo Bagnaschi

Roberta Ciampini

Claudio Saracino

Alberto Surace

Chiara Sgro

Erica Bezzi

Roberta de Luis

Riccardo Iacobucci

Lucia Innocenti

Wendy Natilli

Ida Di Carlo

Francesca Loffreda

Saverio Tommasi

Miriam Cariani

Ethan Bonali

Mariella Fanfarillo

Bruno Maccotta

Ernesto Canali

Roberta del Santo

Annamaria Pizziconi

Luciano Moroncelli

Cinzia Caroselli

Anna Rita Pifferi

Giovanni Oliverio

Francesca Fadda

Cristina Galli

Daniela Albano

Alessandra Vivian

Ray Gilmore

Sonia Campana

Antonella Baroni

Luciano Romeo

Tabù mestruale: un mistero scritto sul corpo

Con “Tabù mestruale: un mistero che sanguina” sabato 27 ottobre, presso l’associazione ARC onlus a Cagliari, abbiamo inaugurato il ciclo di incontri sulla sessualità femminile “Le stagioni mestruali”.

Abbiamo esplorato la storia di un tabù, rintracciando gli eventi più significativi che nel tempo hanno portato scienza e religione a trasformare il sangue mestruale da sacro a nefasto, da sostanza divina a sporcizia vergognosa. Un tabù strumentale alla costruzione di una gerarchia tra i sessi, ancora oggi potente dispositivo di normazione e controllo sui corpi. Un tabù di cui è possibile liberarsi riaffermando il potere di decidere dei propri corpi e di riciclarsi ogni mese, senza macchia e senza vergogna.

Per circa 40 anni, dalla pubertà alla menopausa, la vita dei corpi femminili è accompagnata e contrassegnata da ben 480 sanguinamenti, 4200 giorni trascorsi a nascondere, stigmatizzare e ostacolare il funzionamento del proprio corpo, 7 giorni al mese di cui non si può parlare, se non sottovoce, utilizzando espressioni sostitutive fantasiose che censurano l’esperienza delle mestruazioni. La maggior parte delle donne vive le mestruazioni come una costrizione e limitazione della propria esistenza, prima ancora che sul piano fisico, su quello mentale, trasformando quel processo fisiologico potenzialmente capace di creare la vita in una delle principali fonti di imbarazzo e vergogna, in famiglia, sull’autobus, a scuola, diventando in alcuni casi, per le più giovani, oggetto di derisione e atti di bullismo.

Il modo in cui viviamo i nostri corpi, nell’aspetto, nella fisiologia, nella manifestazione ed espressione, è legato a doppio filo con la storia dell’umanità, con le guerre per il potere e il controllo, con le ribellioni per la libertà. Spesso a pagare le conseguenze di questo conflitto è proprio la salute, ma pensiamo sia del tutto normale.

Attraverso la ricostruzione dell’esperienza mestruale è possibile entrare in contatto con la sua ciclicità naturale, liberandola dai tabù e arricchendola allo stesso tempo di nuovi significati, per vivere la sessualità femminile in uno stato di salute e benessere.
La conoscenza del ciclo mestruale libera da stereotipi e tabù rappresenta un importante fattore di resilienza per la salute femminile:
– è uno strumento prezioso di ascolto di sé e di consapevolezza del proprio corpo e della propria identità
– è un modo per comunicare più serenamente e apertamente con le persone con cui si condivide la vita di relazione, sia quella intima e famigliare, che quella sociale e lavorativa
– influenza positivamente la salute sessuale e il livello di benessere individuale e di coppia
– aiuta a gestire la fisiologia del ciclo e ridurre il dolore mestruale, mitigando lo stress prodotto dalle pressioni sociali stereotipate sulle mestruazioni.

Con questo piccolo collage di foto, ringraziamo tutte le persone che hanno partecipato all’incontro e condividiamo il desiderio di restituire al ciclo mestruale naturalezza, rispetto e benessere.

Francesca Fadda, Elena Fadda

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Cosa fanno le lesbiche?

Tutto quel movimento senza attrezzatura, ma come farai!
Cuori nel deserto. Film 1985 Regia di Donna Deitch

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La produzione e la diffusione della conoscenza sul lesbismo continuano a vivere un meccanismo di controllo e repressione in numerosi campi del sapere, dalla storia al cinema, dalla psicologia alla sessuologia.

Della sessualità lesbica non necessariamente si può e si deve rintracciare una specificità che la contraddistingue da quella eterosessuale o gay, ma merita osservazione il fatto che mentre dell’omosessualità maschile si possono rinvenire pubblicazioni di ampio respiro per il lesbismo la letteratura è prevalentemente di nicchia e di orientamento femminista. I comportamenti e le pratiche sessuali delle lesbiche sono molto meno studiati rispetto a quelle degli uomini, perlopiù sono oggetto di curiosità da parte di chi ne è escluso per appartenenza di genere od orientamento sessuale (Barbagli, Colombo, 2001).

Non è sesso senza penetrazione!

Uno degli stereotipi più comuni sulle lesbiche è che la loro sessualità sia manchevole, carente, castrata dell’impossibilità dell’atto coitale genitale. Le pratiche erotiche tra donne sono considerate innaturali, ancora più delle relazioni tra uomini, probabilmente proprio per la mancanza di penetrazione fallica. Possiamo pensare che questa convinzione di manchevolezza sia fondata su una concezione  conservatrice della donna strettamente legata alla maternità, una donna lesbica sarebbe una donna a metà (Consolo, 2017) in quanto non capace di procreazione naturale in una relazione tra donne.

L’esperienza del vissuto lesbico e del suo sviluppo richiede di abbandonare la complementarietà dei corpi maschile e femminile a favore di una loro innovazione, nella direzione di un incontro paritario, concordato, negoziato in ogni suo aspetto. Le lesbiche sembrano proporre una sessualità distaccata dal registro eterosessista, non governata cioè dalle norme sulla differenza dei sessi e dalle sue gerarchie, ma centrata su un diverso posizionamento relazionale, in cui la donna è soggetto e non oggetto di dominio della sessualità maschile.

La sessualità lesbica si caratterizza per una moltiplicazione delle pratiche altre rispetto al coito, considerate veri e propri atti sessuali, non “preliminari”, esperite da entrambe le partner nella prospettiva dello scambio, dell’intercambiabilità, della simmetrizzazione. Tali pratiche consentono di sovvertire gli schemi binari che strutturano la percezione dei corpi e dei luoghi, con il superamento, per esempio, della contrapposizione degli organi sessuali “duro vs molle”, e dei loro usi legittimi “davanti, dietro, sopra, sotto” (Chetcuti, 2014).

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Le lesbiche sono tutte promiscue!

Un altro grande mito è che le lesbiche siano tutte promiscue. Sembra invece che nel mondo lesbico contemporaneo sia diffusa una particolare  forma di monogamia seriale secondo cui le donne tenderebbero a condividere una cerchia di amicizie (spesso legate al mondo dello sport, che sia calcio o basket) e ad avere relazioni all’interno della stessa passando da una storia all’altra. Tali dinamiche faciliterebbero l’insorgere di sentimenti di gelosia e aggressività tra amiche e partner (Consolo, 2017), dando vita a legami che sfociano in violenza. Questa monogamia definita “seriale” porterebbe le donne ad avere molte partner, non contemporaneamente, ma secondo uno script relazionale per cui abbandonano una relazione per iniziarne  immediatamente un’altra  (Barbaglia, 2001).

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Ma cosa fanno allora le lesbiche?

Pluralità di pratiche erotiche

Da alcune ricerche emerge una grande flessibilità e varietà di pratiche sessuali nell’erotismo lesbico che si presenta in maniera del tutto analoga a quelle eterosessuali. Le donne, nelle loro narrazioni, citano i baci, le carezze su tutto il corpo, il toccarsi le parti intime, la stimolazione del clitoride, la masturbazione, mentre risulta meno frequente il ricorso a pratiche legate prevalentemente alla penetrazione anale e vaginale, con l’eventuale utilizzo di strumenti sessuali come il dildo.  Il repertorio di pratiche sessuali sembra inoltre crescere e diversificarsi con l’età e in base alle preferenze personali, ma è altresì legato al ciclo di vita, alle posizioni politiche occupate, alle caratteristiche della relazione con la partner, alle culture e ai valori delle persone che fanno parte dei gruppi di riferimento di appartenenza.

Penetrazione tra politica e sovversione

Da una ricerca francese emerge come la penetrazione digitale per essere messa in pratica richieda di un livello sufficiente di fiducia e intimità. La penetrazione può essere dunque messa in pratica ma non definisce in sé il rapporto sessuale, il suo senso dipende sempre dal grado di intimità conferitole. Rispetto alle pratiche penetrative il significato sociale ad esse attribuite influenza notevolmente la loro presenza nella sessualità lesbica, non senza controversie. Molte donne infatti ritengono che tali pratiche non siano moralmente neutre e accettabili nelle relazioni lesbiche poiché richiamano il rapporto eterosessuale, tanto che il ricorso ad esse per alcune renderebbe non qualificabile come lesbico un rapporto. Altre invece non attribuiscono un significato politico alla penetrazione ritenendola una risorsa sia sessuale che affettiva, soprattutto laddove l’atto penetrativo viene ricodificato e rielaborato. “È uno stereotipo che una versa lesbica non si fa penetrare. Dipende dal significato che diamo alle cose. Se una viene penetrata e non viene presa come cosa fallocentrica, ma come cosa che dà piacere a un’altra, va bene e punto. È vero che ho fatto fatica a essere penetrata, con le donne ero rigida. Ma quando ho trovato una che me lo ha fatto vivere come modo di avere il piacere io l’ho vissuto con grande tranquillità” Nadia (Barbagli, Colombo, 2001, pag. 124).

Il sesso orale come pratica completa

Il sesso orale costituisce un atto sessuale a sé stante nella sessualità lesbica, non è un preliminare del coito come spesso vissuto nel rapporto eterosessuale, ma è considerato spesso funzionale in maniera esclusiva all’orgasmo. Nel rapporto con una donna il cunnilingus è vissuto come più piacevole e conforme rispetto al proprio desiderio ed è considerata una pratica in grado di cancellare i confini tra sé e l’altra e di unione con l’altra, che avviene attraverso il mescolarsi dei fluidi e degli odori, quasi nel tentativo di incorporarsi reciprocamente. La tendenza a praticare rapporti orali varia in base allo statuto della relazione, sembra infatti che tali pratiche vengano considerate più intime ed emotive e in quanto tali vadano riservate alle partner stabili, con cui si vive una relazione di maggiore trasporto e con cui si condivide un progetto di coppia e un maggiore senso di familiarità nel lungo periodo.

Chi fa il maschio chi la femmina?

L’elemento della reciprocità è molto importante per smontare un altro grande stereotipo sulle coppie gay e lesbiche secondo il quale vi sarebbe chi assume un ruolo più maschile “attivo” e chi invece femminile “passivo”. Mentre per le coppie eterosessuali esiste un modello sessuale cui fare più o meno riferimento, nelle coppie omosessuali è sempre più raro che i partner abbiano un ruolo sessuale stabile e specializzato, solo attivo o solo passivo. Sono rare oggi le coppie in cui i partner non ricambino un atto sessuale se non per fasi transitorie, in generale prevale la regola della reciprocità ed una certa ostilità verso la rigidità dei ruoli nei rapporti sessuali. Dagli anni 70 la cultura gay e lesbica italiana promuove l’etica della reciprocità in amore come una qualità positiva e una meta da perseguire, e disapprova modelli rigidamente non reciproci. Tra le donne lesbiche la presa di distanza è ancora più netta, la distribuzione ineguale dei ruoli infatti evocherebbe sia le opposizioni simboliche maggiormente riferibili al mondo gay, impedendo il riconoscimento delle peculiarità del mondo lesbico, sia il sistema relazionale eterosessuale fondato sulla contrapposizione tra una figura dominante e una dominata. Esistono tuttavia delle eccezioni a tale norma che denotano una certa flessibilità nei livelli di reciprocità legata sia a fattori personali, come i gusti e le avversioni squisitamente individuali, che situazionali, come le circostanze in qui avvengono gli incontri sessuali. Mentre per le donne eterosessuali “dare piacere” significa spesso accettare o concedere rapporti sessuali o pratiche contro la propria volontà e incedere spesso in un senso di disgusto, per le lesbiche il dare piacere è un’esperienza ordinaria che perde la connotazione negativa di obbligo divenendo uno scambio continuo. Dare piacere nel rapporto sessuale sovverte il rapporto di dominazione,  il piacere dell’una assume lo stesso valore del piacere dell’altra. Questo aspetto può sembrare ovvio ed essere presente nelle coppie eterosessuali, spesso riferito come un dono o una concessione all’uomo da parte della donna,  ma nelle lesbiche diventa fondamentale nel modo di vivere il rapporto sessuale.

 Nello scambio sessuale, il desiderio è guidato dal fatto di tentare di essere all’altezza, ma non nel senso della competitività. Essere all’altezza, significa veramente essere allo stesso livello dell’altra, essere in ascolto, essere proprio là dove sta l’altra

 Florence

Francesca Fadda

 

 

 

Piccola bibliografia e letture consigliate

Barbagli M., Colombo A., (2001). Omosessuali moderni. Gay e lesbiche in Italia. Il Mulino Contemporanea

Calcagno C. (2016). Storia del clitoride. Una biografia del piacere femminile. Odoya

Chetcuti N. (2014). Dirsi lesbica. Vita di coppia, sessualità, rappresentazione di sé. Ediesse Roma

Consolo I. (2017). Il piacere femminile. Scoprire, sperimentare e vivere la sessualità. Giunti

Lupo P. (2002). Lo specchio incrinato. Storia e immagine dell’omosessualità femminile. Marsilio Editori

Masters, W., & Johnson, V. (1967). L’atto sessuale nell’uomo e nella donna. Milano, Feltrinelli

Milletti N., Passerini L. (2007). Fuori della norma. Storie lesbiche nell’Italia della prima metà del novecento. Rosenberg & Sellier

Quattrini F. (2016). Parafilie e devianza. Psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale atipico. Giunti

 

La trappola dell’accettazione

Qualche giorno fa, mentre parlavo senza filtri di una parte del mio corpo –  il dettaglio anatomico è irrilevante – mi è sgattaiolato tra le labbra un automatismo linguistico che mi ha portata a dire con tono sommesso: accetto quella parte del mio corpo!  Mentre pronunciavo queste parole credo di aver storto il naso e creato un nodo nella bocca del mio stomaco, producendo un fastidio amaro capace di tenermi in riflessione per quasi una settimana sul significato dell’accettazione.

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La maggior parte delle volte che utilizziamo la parola accettazione siamo in una modalità espressiva giudicante, verso noi stessi/e o un’altra persona, attraverso la quale creiamo una forma gerarchica in cui chi o ciò che accettiamo non è posizionato al nostro livello, ma è collocato in uno spazio separato, confinato, sotto il nostro controllo.  Nonostante i due concetti siano spesso differenziati, accettare può significare tollerare qualcosa di cui si riconosce l’esistenza, a cui diciamo “tu puoi stare qui, ma stai al tuo posto” per renderlo invisibile, neutralizzarlo, depotenziarlo. La dinamica dell’accettazione si costruisce attorno all’asimmetria di potere: alla possibilità di accettare di una persona o un gruppo corrisponde una contropartita per cui qualcuno dovrà essere accettato. Spesso chi ha la possibilità di accettare è legittimato da una norma che in un contesto specifico lo autorizza a esercitare quel potere di far passare o meno l’Altro/a.

Prendiamo un esempio molto semplice. Quando ci rivolgiamo ad un servizio sanitario ci viene richiesto come utenti di passare in accettazione. Per poter accedere ad una prestazione medica dobbiamo sottoporci al giudizio di un’altra persona che valuta se abbiamo il diritto di oltrepassare il confine oppure no, se possiamo usufruire di una esenzione o dobbiamo corrispondere un ticket. Chi accetta è posizionato al servizio di una norma che lo autorizza ad accettare o meno. Questo dispositivo, virtuosamente costruito per generare ordine a favore di un principio organizzatore, produce relazioni gerarchiche in cui la distribuzione del potere è fortemente squilibrata. Non è un caso che molte istituzioni pubbliche e servizi privati  abbiano iniziato a chiamare gli sportelli, piuttosto che di accettazione, di accoglienza.

Lo stesso principio degli sportelli di accettazione si realizza in ogni sistema relazionale, nei rapporti sociali tra gruppi, interpersonali e affettivi, così come nei processi intrapsichici, ponendosi come elemento portante di esperienze conflittuali e talvolta discriminatorie.

Espressioni come accetto il mio collega di lavoro omosessuale, accetto la mia vicina di casa rumena, accetto che mia moglie esca da sola con le amiche sottintendono una concessione di permesso, equivalgono a dire: anche se sei omosessuale, rumena, donna, ti concedo di esistere accanto a me, ma io mi elevo almeno ad un rango superiore, in quanto eterosessuale, italiano, uomo. Questa possibilità è garantita da norme culturali e socialmente sostenute, non solo da chi le promuove attivamente ma anche da chi non ha alcun pensiero al riguardo e le da perciò per assodate, scontate, ovvie, normali. Tali norme fondano la loro efficacia attraverso la creazione di dualismi proposti come naturali: eterosessuale/omosessuale, italiano/rumeno, marito/moglie. L’accettazione ha un retrogusto amaro di paternalismo, richiama quell’insieme di gesti messi in atto da chi disponendo di un potere decide arbitrariamente di concederlo ad altre persone, a condizione che lo esercitino entro limiti ben definiti e sotto stretto controllo.

Il carattere subdolo dell’accettazione governa silenziosamente anche l’intimo rapporto con sè stessi. Quante volte ci sentiamo dire e ci diciamo che dobbiamo accettare i nostri difetti o una malattia? Che siano caratteristiche fisiche o aspetti legati alla personalità, i cosiddetti  difetti diventano tali quando, sottoposti al confronto di una norma, se ne discostano. Un naso può diventare difettoso quando messo a rapporto con un modello,  normativo appunto, che definisce lunghezza, linee, apertura delle narici, intensità di peluria, non supera la prova del confronto e quella differenza viene trasformata in un ostacolo da normalizzare con un intervento di chirurgia estetica o neutralizzare accettandolo così come è. Mica facile: accettarlo significa riconoscerne la natura difettosa, manchevole, imperfetta, ma che, comunque e nonostante sia difettoso, va bene così.

Quando è una malattia, di qualsiasi tipo, a dover essere accettata, il processo è ancora più complesso. Nella percezione di un organo malato tendiamo a confinarlo in una zona di non salute, separarlo con l’immaginazione dal resto del corpo, creare una barriera tra la parte sana e quella malata per poterla accettare. Da un punto di vista psicologico questa operazione mentale nasce da un meccanismo di difesa che permette di tenere a bada il dolore e la difficoltà di integrare gli aspetti di sofferenza legati alla malattia ma allo stesso tempo ostruisce la possibilità di accogliere e attivare la comunicazione e connessione in senso globale e olistico di tutti gli organi o apparati corporei il cui contributo è fondamentale per la guarigione .

L’automatismo con il quale trasformiamo le differenze tra persone e gruppi sociali in ostacoli da neutralizzare, i tratti somatici in difetti da nascondere, le parti malate in territori da isolare, gli aspetti della personalità in sintomi da curare, attiva colture virali capaci di  produrre il virus della dissociazione e della discriminazione. L’accettazione, nel tentativo di neutralizzare un aspetto disturbante la norma, rischia di paralizzare le possibilità di osservazione, accoglienza, dialogo e può attivare escalation conflittuali potenzialmente dannose per la salute collettiva.

Esplorare e analizzare i rischi della “accettazione a tutti i costi” porta a riflettere sulla possibilità, o forse necessità, di sperimentare modalità altre di approccio alle differenze, basate sull’ascolto, sull’empatia, sull’accoglienza. Se l’accettazione separa, chiude, confina, l’accoglienza apre, dialoga, osserva, attiva la curiosità, si chiede il perché delle cose destrutturando le gerarchie che ne definiscono un ordine. L’accoglienza permette il rispetto e il confronto paritario, accompagna verso l’uscita da uno spazio di giudizio verso un territorio di esplorazione delle differenze e, perché no, delle possibili dissonanze, e permette di elaborare le conflittualità anziché evitarle o renderle distruttive. Questa operazione richiede prima di ogni altra cosa di fare un lavoro su di sè, sulle proprie aree limite, chiedendoci cosa accettiamo, cosa non riusciamo a rispettare di noi e degli altri. Occorre sostituire il giudizio che svalorizza, toglie prezzo alla stima personale e verso l’altro, con l’ascolto accogliente, che restituisce valore, simmetria, rispetto, possibilità positivamente trasformative ed evolutive. Occorre uscire dalla dicotomia noi/voi, abbandonare il noi, passare all’esperienza personale e lasciare andare la gelosia con cui ci si aggrappa alle proprie convinzioni.

 

Io vedo che, quando allargo le braccia, i muri cadono.
Accoglienza vuol dire costruire dei ponti e non dei muri.
Don Andrea Gallo