Il bagno della mia attività è gender free

“Il bagno pubblico è l’istituzione sociale più evidente e diffusa in cui la separazione per sesso è ancora la norma e disfare questa separazione potrebbe avere un significato che va oltre la questione dei bagni. Se una donna trans può usare il bagno delle signore il messaggio implicito è che sì, è accettata come donna. Se un uomo trans può usare il bagno degli uomini, vale la stessa cosa”. New York Times, 2016

Il bagno della mia attività è gender free è un’iniziativa che parte dal basso grazie ad una rete di professionist* che desidera diffondere una pratica di accoglienza e rispetto liberando i bagni dal binarismo di genere. Si tratta di una piccola azione capace di rendere affermativo e accogliente il clima dei luoghi in cui lavoriamo e nei quali offriamo un servizio al pubblico. Comunica che ci si trova in uno spazio sicuro che non opera discriminazioni sulla base dell’identità e dell’espressione di genere, riduce l’imbarazzo e il malessere psicofisico di chi si trova costrett* a scegliere in quale bagno entrare. Comunica in modo esplicito che esiste una pluralità di identità e di corpi e che ogni espressione è libera di abitare lo spazio pubblico nel rispetto del proprio sentire, dei luoghi e delle altre persone.

La divisione dei bagni per genere viene accettata socialmente e data per scontata, almeno fino a quando non ci si scontra con l’obbligatorietà che impone una scelta capace di far sperimentare una incongruenza tra la propria identità e la predisposizione degli spazi pubblici secondo il sistema di genere binario. Per molte piccole e grandi persone che hanno un’identità gender variant, trans, gender creative, non binary, i bagni divisi per genere sono una fonte di disagio importante, dal punto di vista psicologico e fisico. Ci si può sentire costrett* ad entrare nel bagno etichettato con il genere diverso da quello che corrisponde alla propria identità per paura di derisione, rimprovero, discriminazione, sanzionamento. Si può scegliere di trattenere pur di evitare di esporsi a queste forme di microaggressione e rischiare di sviluppare infezioni a carico del proprio apparato urinario.

Camilla Vivian, autrice del libro e del blog “Mio figlio in rosa” lo racconta così: “ogni singolo giorno almeno una volta con la mia famiglia c’è questo problema. Ancora prima di uscire si calcola se poter bere o meno in vista del potenziale bagno a disposizione e il ‘trauma’ é ormai così inglobato che a volte in bagno non ci si va proprio anche potendo. Bisogna cambiare per crescere nuove generazioni libere almeno di fare pipì.”

Rendere il bagno gender free della propria attività richiede di prendere consapevolezza di alcuni miti, credenze e stereotipi che richiedono un piccolo approfondimento.

  1. La divisione dei bagni è il risultato del processo di separazione dello spazio pubblico dallo spazio privato e si basa sull’ideologia delle sfere separate
    I bagni divisi per genere sono il risultato di un processo storico culturale moderno, nascono negli Stati Uniti all’inizio del 19° secolo con la promulgazione di leggi, che oggi definiremmo sessiste, basate sull’idea di proteggere le donne naturalizzando il loro bisogno di prendersi cura della prole e della famiglia negli ambienti domestici. Storicamente la divisione dello spazio pubblico da quello privato ha creato una separazione tra lo spazio occupato dagli uomini con ruoli di potere e grande visibilità e quello occupato dalle donne con ruoli di accudimento e invisibilità. La convinzione per cui le donne vadano protette dalla violenze segregando gli spazi pubblici infantilizza e vittimizza le donne e contemporaneamente costruisce e rinforza un’idea di maschile violento e incapace di governare i propri impulsi.
  2. Stereotipi e credenze che confermano la necessità della divisione dei bagni per genere
    La divisione dei bagni pubblici per signore e signori naturalizza l’idea che esistano biologicamente due sessi e sottintende che uomini e donne utilizzino in modo diverso i luoghi deputati a tale funzione in base a ruoli considerati stereotipicamente maschili e femminili. Stereotipi secondo cui gli uomini sin da bambini sporchino il bagno usandolo scorrettamente (prendere la mira è una competenza che i bambini sviluppano, non una carenza innata) e che le donne fin da bambine abbiano una vocazione per il pulito, la bellezza (gli specchi sono presenti prevalentemente nei bagni assegnati alle donne, per guardarsi, rifarsi il trucco, essere in ordine), l’accudimento (i fasciatoi per i neonati non si trovano nei bagni degli uomini).
  3. Convinzione che i bagni debbano essere divisi per motivi igienici
    Quella secondo cui i bagni pubblici non siano igienici e che sia possibile contrarre infezioni, soprattutto sessualmente trasmissibili, è una credenza molto diffusa che incontra l’idea che siano proprio le donne a veicolare malattie. Si tratta di falsi miti non supportati da studi scientifici. Le situazioni nelle quali è possibile contrarre infezioni in un bagno pubblico sono molto rare e sono indipendenti dal genere. Il rischio di entrare in contatto con germi e batteri è presente in qualsiasi luogo pubblico, sia al chiuso che all’aperto .
  4. Pregiudizio secondo cui le persone trans usano i bagni pubblici che preferiscono per esercitare violenza sulle donne
    Studi internazionali dimostrano che non esiste una correlazione tra la violenza sulle donne e la libertà di utilizzare i bagni pubblici, esiste piuttosto un rischio molto alto che una persona trans e non binary possa subire discriminazioni e violenza utilizzando il bagno adeguato alla propria identità di genere.
  5. Il bagno unisex non ha bisogno di specificazioni
    Un bagno solo o unisex può essere reso gender free per rendere esplicita la pluralità delle identità e dei posizionamenti di genere e non schiacciare le soggettività con il binomio maschio-femmina non rappresentativo della realtà. Un solo bagno gender free legittima, rassicura in anticipo rispetto al rischio di sentirsi guardat* e al bisogno di porsi delle domande (sto entrando nel bagno “giusto”? Posso entrare? Ci sarà un altro bagno?), comunica un valore e lo diffonde nel clima di quel luogo. Neutralizza una differenza culturale che storicamente è stata naturalizzata, promuove consapevolezza e cultura del rispetto.

L’iniziativa bagno gender free è aperta a chiunque si riconosca nei discorsi e nei valori appena descritti e intenda attivarsi con un piccolo gesto entrando in una rete di pratiche affermative.

Possono aderire:

Studi professionali
Piccole aziende
Fabbriche
Associazioni
Uffici pubblici
Centri sociali, biblioteche, ludoteche
Locali, bar, ristoranti
Palestre e club sportivi
Circoli culturali
Scuole, università, enti di formazione
Negozi di abbigliamento
Centri estetici, parrucchier*
Cinema e teatri

Come aderire:

  1. Scarica il file >> https://drive.google.com/…/1iaPIQNkz5U5J751enxC…/view…
  2. Stampa l’immagine e appendila nella porta del bagno per rendere anche la tua attività gender free.
  3. Scattati una foto e condividila sui social usando l’hashtag #bagnogenderfree
  4. Se vuoi aggiungi l’indirizzo e il nome del tua attività aggiungendo “la mia attività è gender free”
  5. Invita altr* a farlo!
    Se desideri far parte di una comunità di pratiche affermative scrivi a bagnogenderfree@gmail.com
    Segui il progetto Gender-Free Toilet e accedi all’archivio https://archive.org/details/@gender-free_toilet dove potrai scaricare gratuitamente altri adesivi e opuscoli informativi.

Finora hanno promosso e aderito:
Francesca Fadda – psicologa psicoterapeuta (Cagliari – Dolianova)
Maria Grazia Rubanu – psicologa psicoterapeuta (Cagliari)
Elena Fadda – osteopata (Cagliari – Dolianova)
Giorgia Antoni – nutrizionista (Cagliari)
Chiara Mastrantonio – psicologa psicoterapeuta (L’Aquila)
Gaia Guastamacchia e Viviana Berretta – studio di psicologia e crescita personale (Carcare, Savona)
Marzia Cikada – psicologa psicoterapeuta (Torino)

Gabriella Piana – psicologa psicoterapeuta (Sassari)
Chiara Bandecchi – psicologa psichiatra (Cagliari)
Giulia Curridori – dottoressa e ricercatrice in psicologia (Cagliari)
Valentina Strippoli – psicologa (Fano)
Ethan Bonali – attivista non binary
Giulia Carta – attivista e volontaria a supporto delle persone Trans (Sardegna)
Lila – Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids (Cagliari)
Mamo Pizza e catering -di Massimo Mameli (Cagliari)
Dani Mitù (Cagliari)
Rainbow City Bar (Cagliari)

“Devo andare in bagno. Vorrei poter aspettare, ma non ce la faccio”. Justine mi sfiorò una guancia. “Mi dispiace, tesoro”. Peaches si erse in tutta la sua altezza. “Andiamo. Entreremo insieme a lei”. “No” dissi alzando le braccia. “Così ci arresterebbero tutte.” Mi faceva male la vescica. Se solo non avessi aspettato così a lungo! Tirai un respiro profondo e spinsi la porta del bagno delle donne. Due donne si rinfrescavano il trucco di fronte allo specchio. Una lanciò un’occhiata all’amica e finì di mettersi il rossetto. “E’ un uomo o una donna?”, le chiese mentre passavo. L’altra si girò verso di me. “Questo è il bagno delle donne” mi informò. “Lo so”. Chiusi a chiave la porta del gabinetto dietro di me. La loro risata mi penetrò nelle ossa. “Ma in realtà se quella è un uomo” una disse all’altra. “Dovremmo chiamare la sicurezza e controllare”. Tirai lo sciacquone e annaspai con la cerniera. Magari era solo una minaccia a vuoto, o magari volevano davvero chiamare la sicurezza. Mi affrettai a uscire dal bagno, appena sentii che se ne andavano. “Tutto okay, tesoro?” chiese Justine. Feci di si con la testa. Sorrise. “Hai tolto dieci anni di vita a quelle ragazze”. Mi sforzai di sorridere. “No, non si sarebbero mai prese gioco di un uomo a quel modo. Avevo paura che chiamassero la polizia. Sono loro che hanno tolto dieci anni di vita a me!”.

Stone Butch Blues, Leslie Feinberg

Risorse

Borghi R. Rondinone A., (2019), Geografie di genere, Unicopli

Come mai i bagni sono separati per sesso? https://www.moduscc.it/come-mai-i-bagni-sono-separati-per-sesso-18428-130916/

Liberiamo le fantasie erotiche

Negli ultimi giorni ho lanciato un piccolo gioco sui social chiedendo alle persone di scegliere un’immagine che raccontasse lo scenario o il luogo in cui sono ambientate le loro fantasie erotiche, pensando di essere il regista o la regista del proprio film. Ho raccolto 40 immagini e insieme al collega psicosessuologo Davide Silvestri sabato 16 le abbiamo commentate durante una diretta su instagram.

Con questo articolo condivido questa preziosa esplorazione che ci ha offerto interessanti spunti di riflessione e suggestioni sulle fantasie sessuali.

Prima di accendere la playlist di immagini facciamo alcune premesse.

Cosa sono le fantasie erotiche?

Sono immagini mentali capaci di attivare l’autoerotizzazione  creando fantasie o fantasmi definibili come una vera e propria zona erogena di tipo intrapsichico, che permette alla nostra mente di erotizzarsi, esattamente come ogni altra parte del corpo. Siamo abituat* a pensare che a stimolare il desiderio e l’eccitazione siano stimoli provenienti dall’esterno, la visione di una persona affascinante, che ci piace, che amiamo, la scena di un film erotico o pornografico, una attenzione ricevuta, una carezza, uno sguardo. Esiste un’altra via che parte dall’interno e di cui abbiamo capacità sin dall’infanzia, quella di creare mondi con l’immaginazione e vivere una dimensione parallela capace di interagire con quella materiale. Le fantasie non coincidono con il desiderio, lo precedono o possono alimentarlo, allo stesso modo possono attivare l’eccitazione e sensazioni sessuali genitali molto forti fino al raggiungimento dell’orgasmo, anche senza nessun tipo di contatto fisico.

Da dove vengono le fantasie?

Possono attingere dall’esperienza personale – dall’infanzia e dall’adolescenza – e dall’immaginario collettivo, pescando cioè da elementi della cultura dominante. Ecco perché alcune fantasie sono ricorrenti e comuni a molte persone. Può far storcere il naso ma una delle fantasie più comuni riferite dalle donne è quella di essere prese con la forza da uno sconosciuto, questo non significa certo che si desideri essere violentate, per ogni persona può avere una valenza differente, per esempio può essere legata all’abbandonare il senso di responsabilità e il controllo, o alla possibilità di sperimentare la sensazione di essere fortemente desiderate indipendentemente dal legame che si ha con l’altra persona fantasticata. Questi desideri vanno a prelevare da un archivio di immagini culturalmente condiviso per creare delle vere e proprie scene nella propria mente e attivare l’eccitazione.  Il contenuto delle fantasie può essere sessualmente esplicito o implicito: potenzialmente qualsiasi immagine dotata di un valore emotivo per la persona è capace di sollecitare un desiderio ed una sensazione sessuale. Non è quindi necessaria la visione di genitali o di un atto penetrativo per erotizzarsi, per alcune persone può essere il riaffiorare di un ricordo particolarmente piacevole e sensoriale o un’immagine ad esso associata apparentemente svincolata dalla sessualità. Le fantasie possono infatti essere spontanee, quando si presentano senza impegno e all’improvviso senza alcuna intenzionalità, oppure volontarie, frutto cioè di una specifica elaborazione di stimoli quotidiani, di ricordi, sensazioni, desideri.

A cosa servono le fantasie?

Le immagini erotiche hanno principalmente tre funzioni:

  1. edonica: finalizzate alla ricerca del piacere, al risveglio del desiderio e dell’eccitazione e al raggiungimento dell’orgasmo.
  2. compensatoria: per sostituire desideri irrealizzati e irrealizzabili che vengono soddisfatti attraverso la fantasia supplendo alla mancata realizzazione nella vita quotidiana.
  3. omeostatica: per appagare bisogni psicoaffettivi non esauditi, come il bisogno di sicurezza, di piacere a qualcun*, di sentirsi desiderat* e nutrire la propria autostima.

La focalizzazione sullo scenario, il luogo, il contesto delle fantasie erotiche, nasce dalla riflessione sulla totale assenza di cura di questi elementi nella pornografia mainstream, in cui l’attenzione è maggiormente puntata sulla prestazione degli attori e delle attrici, uno zoom continuo su elementi prevalentemente irrealistici: misure, intensità di azioni penetrative, dominazione maschile ed eiaculazioni voluminose. Crescere con questo immaginario impigrisce e contrae il potenziale immaginativo di cui abbiamo capacità smisurata ma con cui non abbiamo familiarità, perché tendiamo a far nostri scenari preconfezionati e a negarci questa possibilità sotto l’influenza dei tabù che vedono nella sessualità qualcosa di sbagliato e sporco. Per allenare l’immaginario è necessario ricontattare quello strumento magico che i bambini e le bambine utilizzano naturalmente per giocare, inventare, proiettarsi in ruoli adulti, in ruoli fantastici e così procurarsi ogni genere di piacere, consolazione, compensazione, mantenendo in circolo la propria energia creativa.

Le immagini che sono arrivate da chi ha partecipato al gioco sono state organizzate in categorie:

  • Paesaggi naturali
  • Atmosfere architettoniche
  • Spazi urbani, luoghi pubblici
  • Mezzi di trasporto
  • Dettagli su oggetti

PAESAGGI NATURALI

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La netta predominanza di immagini che riportano luoghi naturali, dal mare ai boschi, fa pensare al desiderio di esprimere la propria parte istintuale e selvatica, un ritorno alla libertà e alla spontaneità nel vivere il rapporto con la natura e la nudità. In questo momento, forse, lo sguardo così predominante su luoghi lontani, come sottolinea il collega Davide Silvestri durante la diretta, può essere interpretato come un bisogno di uscire dalle proprie case dopo questi mesi di lockdown che hanno costretto le persone a vivere la propria intimità esclusivamente negli spazi domestici e che per alcune può aver rappresentato una  totale sospensione dalla propria vita sessuale.

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I paesaggi sollecitano l’ambientazione romantica e il risveglio dei sensi a contatto con gli elementi naturali. L’aria che accarezza il corpo, il contatto con  la terra. L’elemento ricorrente nella maggior parte delle immagini è l’acqua, da osservare in vicinanza, da lontano o in cui immergersi. Possiamo vedere nell’acqua un ritorno alle origini, all’utero, al liquido amniotico nel quale abbiamo nuotato per 9 mesi e del quale ci siamo nutrit*, corpo a corpo. L’acqua è un mediatore, facilita la comunicazione tra i corpi, la fusione. Compone circa il 70 % del nostro corpo. È elemento principale della maggior parte dei lubrificanti, usati per facilitare i giochi erotici e le penetrazioni.

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In alcuni scenari predomina il punto verso cui si guarda, cosa si può osservare dal luogo in cui si è scelto di ambientare le fantasie, sottolineando l’importanza di vedere il contesto in cui si è immers*, di guardare insieme, di proiettarsi e farsi dondolare dal luogo non solo come sfondo ma come culla che amplifica l’esperienza e la contiene.

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Questa funzione di contenimento sembra essere svolta anche da chi sceglie dei luoghi che portano lo sguardo verso paesaggi naturali ma non rinunciano ai confort più domestici, come una piscina o una vasca idromassaggio posizionati in un luogo interno, più protetto e sicuro, che permette una vista su uno spazio panoramico. Questo aspetto di comodità e lusso che non rinuncia alla natura può essere letto anche nelle immagini che individuano il luogo delle fantasie in ambienti tipici di strutture ricettive attente al design e alla bellezza.

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ATMOSFERE ARCHITETTONICHE

Compaiono poi ambientazioni legate a luoghi sacri, come piramidi e cripte, che segnalano un legame con la storia e la dimensione spirituale della sessualità, richiamando la connessione con un tempo sospeso, quasi al confine con il fantasy, il rapporto col mistico e l’oscurità, elemento che si presenta anche nei luoghi abbandonati, costellati di oggetti inutilizzati.

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AMBIENTAZIONI URBANE

La presenza di luoghi nella città, nelle piazze, nelle strade, può indicare il gusto per il proibito e la trasgressione, fa riflettere sul desiderio di riappropriarsi dello spazio pubblico. Questo aspetto è fortemente legato al processo di riduzione della sessualità alla sfera privata che si consuma nelle stanze, nei cantucci familiari al di fuori dallo sguardo collettivo e di come storicamente si sia creato il concetto di osceno, scandaloso, quasi offensivo, per qualificare espressioni del corpo e atti vissuti in luoghi non comunemente deputati alla vita sessuale di giorno, ma che la notte, al buio, si trasformano in spazi per la prostituzione e il battuage in cui ricercare rapporti sessuali.

Collage7Locali pubblici che permettono di superare il confine del proibito, trasgredire, portarsi oltre il limite, come i bagni pubblici, i camerini di un negozio, il palcoscenico di un concerto. Ambientazioni che permettono contemporaneamente di mettere in scena, esibire la sessualità e giocare con il rischio di essere vist*. Questi aspetti possono essere letti come desideri di affermazione, forme narcisistiche  funzionali ad un venir fuori e che richiamano a sperimentazioni identitarie tipiche dell’infanzia, come i bambini e le bambine che si spogliano improvvisamente per mostrare i propri genitali o il proprio corpo nudo, alzandosi la gonna o abbassandosi i pantaloni.

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MEZZI DI TRASPORTO

Collage9Il rischio di essere scoperti e la trasgressione compaiono anche nella fantasia di avere rapporti nei mezzi pubblici, negli autobus o nei treni, in cui si può essere vist* da altre persone che viaggiano o dal* controllor*. Immaginarsi su un camion che va ad alta velocità richiama il bisogno di andare oltre il confine, l’atteso, l’ebrezza della velocità e della trasgressione.

DETTAGLI SU OGGETTI

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Le ultime immagini portano l’attenzione su oggetti situati in spazi domestici, familiari, confortevoli. La musica che accompagna e accoglie i momenti di intimità e il calore romantico di un fuoco che brucia insieme a due calici di vino, in entrambi i casi il rosso che ricorda la passione e la fiamma che accende il desiderio, simboli e metafore fortemente presenti nell’immaginario sessuale della cultura occidentale.

La play list di immagini si conclude con il disegno realizzato da una follower che ambienta la sua fantasia in una strada sotto un lampione, riportando l’attenzione ancora una volta sulla dimensione pubblica, ma forse anche all’improvvisazione, alla sorpresa e al romanticismo di un momento non programmato, che asseconda una volontà estemporanea, in qualunque luogo ci si ritrovi, nel rispetto si sé e dello spazio che ospita l’incontro tra i corpi.

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Concludo con le parole del collega Davide Silvestri:

le fantasie sono un luogo sicuro dove approdare ogni volta che vogliamo. 

Dedichiamoci al nostro immaginario erotico, arricchiamo, espandiamo i luoghi della fantasia, con creatività, gioco e libertà.

 

Letture consigliate:

Bader M.. Eccitazione. Raffaello Cortina Editore

Consolo I. Il piacere femminile. Giunti

 

La pedofilia si può contrastare con l’arte erotica? Giornata nazionale contro la pedofilia

Recentemente ho scoperto che esistono giornate mondiali e nazionali per ogni genere di professione, malattia, discriminazione, commemorazione. Il 5 maggio, oltre ad essere la giornata internazionale delle ostetriche (e degli ostetrici?) e dell’igiene delle mani, è la giornata nazionale contro la pedofilia. Un tema che genera sensazioni contrastanti, dall’incomprensione, all’indignazione, fino alla messa in discussione delle attuali pene previste dal codice penale.

La nostra cultura è imbastita di grandi miti sulla pedofilia, alcuni sono talmente pregnanti da generare il terrore genitoriale nell’educazione dei figli e delle figlie. Vediamone alcuni.

I pedofili hanno  relazioni sessuali solo con bambin*, mai con adulti

Falso, nonostante manifestino una preferenza sessuale per bambin*, molti di loro hanno relazioni coniugali, spesso  per ragioni di convenienza sociale

I pedofili  scelgono le loro vittime a caso

Falso, generalmente conoscono i/le bambin* e hanno già fantasticato su di loro

I pedofili sono solo uomini

Falso, benché in minoranza, esistono anche casi di donne pedofile

Tutti i pedofili ricevono un trattamento terapeutico dopo avere scontato la pena in carcere

Falso, purtroppo la maggior parte di loro non riceve alcuna forma di trattamento.

I miti e le false credenze sulla pedofilia possono essere considerati funzionali alla stigmatizzazione dell’identità del pedofilo, inferiorizzata e resa deviante in virtù di specifiche regole morali,  esattamente come l’uomo nero e l’orco cattivo, personaggi paurosi creati per impedire di andare in un luogo, fisico e simbolico.  La figura del “pedofilo” rischia spesso di essere il paziente designato, quello che porta il peso  del grande sintomo di una società sessuofobica che guarda solo alla punta dell’iceberg, alla manifestazione di un problema che poggia strutturalmente su una cultura moralista e continua a negare la dimensione erotico sessuale della vita. Di questo evitamento si ha prova osservando come le agende politiche dei nostri governi dimentichino sistematicamente di discutere  dell’inserimento dell’educazione alla sessualità a scuola (nel 2014 l’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS e BZgA ha definito gli Standard per l’Educazione Sessuale in Europa e predisposto una guida dettagliata alla realizzazione dei piani educativi per ogni fascia d’età).

Non si vuole negare la responsabilità di chi attua comportamenti pedofilici e abusi sessuali[1], ma riflettere su come puntare tutta l’attenzione sulla creazione di un nemico con toni sensazionalistici tolga risorse agli interventi di promozione della salute sessuale e della cultura della sessualità, fondamentali sia per prevenire comportamenti pedofilici quanto per potenziare le capacità di consapevolezza sessuale e autodeterminazione di bambini e bambine.

Un indicatore di questa tendenza a portare lo sguardo sulle conseguenze e non sulle cause strutturali di un fenomeno è rappresentato dall’etichetta di pedofilo e dalle accuse di istigazione alla pedofilia che nella storia hanno gravato su molti personaggi del mondo dell’arte e della musica, ma basta anche solo osservare l’abitudine linguistica ad usare la parola “pedofilo” come insulto o a scopo denigratorio, per esempio per deridere una persona che frequenta ragazz* più piccol*.

 

Egon Schiele: il mio arresto non è un malinteso!

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Donna seduta con gamba sinistra piegata, 1917. Egon Schiele

Uno degli artisti a cui l’accusa di pedofilia ha segnato profondamente la vita è stato Egon Schiele, pittore e incisore esponente dell’espressionismo austriaco.

Uno sguardo devoto alla bellezza il suo, non per incorporarla e possederla, ma per espanderla, smaterializzarla dal corpo, imprimerla sulla tela. Uno sguardo non vorace, morboso o voyeurista, come alcune critiche sostengono. La bellezza che ritrae è vissuta non esibita, i corpi sono tratteggiati di sofferenze, tensione viscerale tra eros e thanatos. La sua è stata definita estetica del brutto. Schiele insieme a Kokoschka ha infatti inaugurato una nuova espressività individuando per primo una dimensione estetica del brutto. Non si può certo dire che i suoi corpi fossero mercificati e sessualizzati, eppure è stato arrestato per pedofilia.

Nel suo diario di Neulengbach racconta la sofferenza per i 24 giorni ingiustamente trascorsi in prigione, si dibatte per comprendere il motivo del suo arresto e cerca di ricostruirne i fatti. Qualche settimana prima del suo arresto Schiele con grande incertezza accolse insieme alla sua fidanzata una giovane vicina che cercava di scappare di casa lamentando le pressioni familiari. I due tentarono invano di convincerla a tornare dai genitori e cercarono di accompagnarla da una zia. Dopo qualche giorno il padre scoprendo che si era rifugiata nella casa dell’artista andò a riprenderla facendo partire un’indagine nei suoi confronti. L’arresto arrivò dopo qualche settimana a seguito di una visita della polizia che fece dei suoi disegni erotici prova per l’accusa di pedofilia.

 <<I due poliziotti erano piombati inaspettatamente nel mio atelier, per controllare quello che stavo facendo. I genitori di alcuni bambini che avevo disegnato erano preoccupati. Qualcuno gli aveva suggerito la “preoccupazione”. […] Il gendarme disse con voce severa: “questi disegni sono osceni, devo portarli in tribunale. Le faremo sapere in seguito. Saputo non ho più niente, ma mi hanno messo in galera quei mascalzoni>>.

Per tutto il tempo della sua permanenza in carcere Schiele scrisse per cercare di ricostruire gli avvenimenti, esprimere il suo turbamento e comprendere cosa gli stesse accadendo.

 Non sono stato arrestato a causa di una ragazzetta isterica, bensì perché indiziato di atti osceni con minori, con bambine, per aver eseguito disegni erotici, vale a dire osceni, che avrei mostrato ai bambini o comunque avrei negligentemente lasciato in giro fuori dalle cartelle. Insomma, finalmente so perché <<sono al fresco>>! È uno scandalo! Una grossolanità quasi da non credere! Che meschinità! E che enorme, enorme stupidaggine! È una vergogna per la cultura, una vergogna per l’Austria che a un artista possa accadere, nella sua patria, una cosa simile. Non lo nego: ho realizzato disegni e acquerelli che sono erotici. Ma sono pur sempre opere d’arte. Altri artisti non hanno forse dipinto quadri erotici? – Rops, ad esempio, ne ha fatti solo di questo genere. Ma nessun artista è stato messo in carcere per simili motivi.

 L’artista sente e denuncia il pregiudizio verso il suo lavoro pittorico, non si capacita di come altri artisti abbiano ricevuto un trattamento differente pur facendo dei corpi erotici i soggetti principali delle proprie opere. Allo stesso tempo non comprende come un dipinto possa essere considerato osceno. Inoltre i suoi scritti rendono conto della forte resistenza culturale a considerare l’esistenza di una sessualità infantile. Proprio nei primi del 1900 lo psicanalista austriaco Sigmund Freud formulava le sue tesi sullo sviluppo sessuale infantile.

Nessuna opera d’arte erotica è una porcheria, quand’è artisticamente rilevante, diventa una porcheria solo tramite l’osservatore, se costui è un porco. […]. Dichiaro del tutto falso il fatto che avrei mostrato intenzionalmente a dei bambini tali disegni, che avrei corrotto dei bambini. È una menzogna! – Tuttavia so che ci sono molti bambini corrotti. Ma cosa significa poi “corrotti”? – Gli adulti hanno dimenticato quanto essi stessi erano corrotti da bambini, cioè stimolati ed eccitati dall’istinto sessuale? Io non l’ho dimenticato, perché mi ha fatto soffrire tremendamente. E credo che l’uomo sarà costretto a soffrire il tormento del sesso finché sarà sensibile allo stimolo sessuale.

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Giovane donna – Egon Schiele

 

Quando l’arresto non è possibile, la censura interviene al suo posto.

 È il caso più recente del pittore francese Balthus protagonista di una analoga accusa retrospettiva. Nel 2017 si è scatenata una polemica attorno al suo lavoro pittorico che ha portato al lancio di una petizione per richiedere la rimozione di “Thérèse dreaming”.  L’opera contestata, realizzata dall’artista nel 1938, raffigurante una ragazzina in atteggiamenti “provocanti”, era in mostra al Metropolitan Museum di New York. La promotrice della petizione indignata sosteneva che l’opera fosse pornografica e incitasse alla pedofilia, ignorando che un’immagine per essere considerata pornografica deve presentare quantomeno elementi indiscutibili di eccitazione sessuale genitale.

 

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Thérèse dreaming – Balthus

 Il problema non è l’arte ma lo sguardo moralista con cui la si osserva.

 Dire che un dipinto è capace di incitare alla pedofilia è come affermare che una donna che indossa la minigonna se l’è cercata e continuare a puntare lo sguardo sul soggetto e non sul pensiero dominante che indossa gli occhiali dei tabù anche per leggere l’arte.

La rappresentazione di un giovane corpo che esprime la propria sensualità racconta l’esperienza di scoperta che ogni adolescente attraversa durante il proprio sviluppo.

Approcciarsi alla sessualità attraverso l’arte erotica a scuola potrebbe spostare l’attenzione dal corpo erotizzato al corpo erotico, liberare le giovani generazioni dalla ricerca e condivisione compulsiva di materiale pornografico commerciale e sviluppare una sessualità libera dal dovere della performance, dall’ansia di dimostrare le proprie capacità, abbandonando le prescrizioni e pressioni a dimostrare, lasciando spazio al proprio sentire come guida nella ricerca e nella scoperta del piacere. La censura dell’arte erotica e della pornografia rischia di patologizzare l’espressione artistica e castrare la richiesta evidente di giovani adolescenti di sapere e vivere la scoperta dei corpi e della sessualità.

Approcciarsi alla sessualità attraverso l’arte fin dai primi anni di vita permette di contattare l’immagine di corpi erotici, non sessualizzati ma sensibili e vibranti, dove la nudità non è anelito della pornografia ma esperienza di purezza e pace con ogni parte del proprio corpo.

 

L’educazione alla sessualità anche attraverso l’arte sin dall’infanzia è il miglior strumento di prevenzione della pedofilia.

 

 

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Egon Schiele

 

[1] La parola pedofilia è utilizzata per indicare persone adulte che hanno una particolare attrazione erotico-sessuale nei confronti di bambin* prepuberi, tale disturbo NON VA CONFUSO con l’abuso su minori. Molte persone pedofile non hanno la consapevolezza chiara di aver abusato sessualmente di un* bambin*. Spesso credono che la vittima possa ricavare piacere, che il suo comportamento abbia un valore educativo. Al contrario molti sex offender non sono pedofili, il loro intento è violare la vittima.

 

Bibliografia

Egon Schiele (1999). Ritratto d’artista. SE libri

Mottana P. (2019). Elogio delle voluttà per una gaia educazione sessuale. Trattarello incostante in spazi, soggetti e oggetti adibiti all’uopo. Mimesis

Ogien R.  (2003). Pensare la pornografia. Tutti la consumano, nessuno sa cos’è. Isbn Edizioni

Quattrini F. (2015). Parafilie e devianza. Psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale atipico. Giunti Edizioni

 

Consulenza e psicoterapia durante la quarantena

wanneer-relatie-752x322In questo periodo di restrizioni necessarie a contenere e gestire l’emergenza epdiemiologica COVID-19, molti professionisti e professioniste si trovano ad adottare delle modalità tecnologiche alternative alla stanza di psicoterapia.
Per chi ha già intrapreso un percorso è importante garantire una certa continuità senza interrompere il lavoro iniziato, l’elemento centrale di una psicoterapia è infatti la relazione che si viene a creare nel tempo tra il/la terapeuta e la persona, la coppia, la famiglia che va tutelata e mantenuta attivando ogni possibile risorsa. Il venir meno dello spazio che ospita la relazione in un momento che può essere cruciale per la terapia stessa rischia di alimentare le conseguenze psicologiche dell’isolamento forzato che di per sé le misure di sicurezza e la quarantena impongono. Lo stare in casa potrebbe essere vissuto come una vacanza, un’occasione per riposarsi e fare delle attività solitarie e introspettive che da tempo si rinviavano, ma è possibile che con il passare del tempo emergano vissuti di frustrazione, rabbia, vuoto, senso di sospensione della propria vita e incertezza sul futuro.
Per chi vive sol* può crescere un senso di solitudine e abbandono portando la persona a confrontarsi con parti di sé inesplorate nella quotidianità costruita su una routine sociale e lavorativa definita da orari e ritmi prevedibili.
Per chi invece vive con altre persone, partners, familiari, inquilin* la prossimità straordinaria può enfatizzare dinamiche relazionali e vissuti emotivi che possono rendere conflittuale e dolorosa la convivenza.

In entrambe le situazioni restare a casa impone un cambio di prospettiva, guardare ogni aspetto della propria vita da un’angolatura differente, portando informazioni e consapevolezze che prima non si vedevano e sentivano.

Portare avanti una terapia già iniziata precedentemente in studio avvalendosi degli strumenti di comunicazione on line, permette di tenere il filo del percorso iniziato, vivere la relazione terapeutica come spazio di condivisione, di lettura e significazione dell’esperienza personale e intima che la restrizione porta con sé, creando un ponte per proseguire e ritornare ad una nuova quotidianità una volta conclusa la fase restrittiva di emergenza.

Iniziare una nuova consulenza e psicoterapia può essere utile per elaborare l’esperienza che si sta attraversando, osservare le proprie reazioni e sensazioni, dare un contenitore protettivo alle paure e alle emozioni, riposizionando l’esperienza presente nel flusso del tempo.

Sono numerosi* i professionisti, le professioniste e i centri clinici privati che hanno deciso di fare la loro parte proponendo un servizio psicologico alle persone che sentono il bisogno di un sostegno, offrendo gratuitamente brevi colloqui psicologici individuali e sessioni di gruppo on line. Al momento non esiste una rete unica e coordinata a cui fare riferimento per usufruire di questi servizi, è possibile rivolgersi individualmente al/alla professionista più vicina per conoscenza e passaparola.

Sul sito nazionale dell’Ordine degli Psicologi e delle psicologhe è possibile scaricare un vademecum psicologico per cittadin*, utile a riflettere sui meccanismi della paura e su come proteggersi portando attenzione a comportamenti, pensieri ed emozioni.
Scaricabile su: https://www.psy.it/vademecum-psicologico-coronavirus-per-i-cittadini-perche-le-paure-possono-diventare-panico-e-come-proteggersi-con-comportamenti-adeguati-con-pensieri-corretti-e-emozioni-fondate

Faccio la mia parte
In linea con le iniziative nazionali faccio la mia parte offrendo un primo colloquio psicologico gratuito della durata di 30 minuti via Skype.
Le persone interessate possono contattarmi per un appuntamento via mail scrivendo a fadda.francesca@gmail.com.

Per chi sentisse il bisogno di proseguire con un percorso di consulenza e psicoterapia verrebbero applicate le tariffe ordinarie.

Permettiti di chiedere aiuto
Se provi timore, ansia, tristezza e credi che le tue emozioni siano tanto forti da non riuscire a gestirle permettiti di chiedere aiuto. Ricevere ascolto, poter avere un confronto e un sostegno, può aiutare ad alleggerirsi ed affrontare le situazioni con più serenità.

Scritto sui corpi – laboratori per la comunità

Evento FB

In occasione della giornata internazionale contro le violenze di genere 2019 e sulla scia della manifestazione nazionale che si è tenuta a Roma il 23 novembre su iniziativa del movimento transfemminista Non Una di Meno, Il Comune di Settimo San Pietro, in collaborazione con la Pro Loco e con l’associazione La Formica Viola, organizzano l’evento “Scritto sui corpi – Comprendere le forme della violenza nelle relazioni tra corpi e generi.
Due laboratori di sensibilizzazione e formazione dedicati alla cittadinanza sulle più attuali questioni legate alla violenza maschile verso le donne e le soggettività lgbt*qia+.

L’evento intende attivare una riflessione sulle basi socioculturali della violenza e sull’influenza dei modelli di genere nella vita relazionale dall’infanzia all’età adulta, nei diversi contesti sociali di appartenenza. Nei due laboratori si approfondirà il rapporto tra corpi, cultura e potere, attraverso una analisi delle forme stratificate di violenza nelle relazioni tra corpi e generi.

Analizzando le modalità con cui si costruiscono socialmente i corpi maschili e femminili e si consolidano i ruoli di genere attorno a modelli stereotipati binari, si intende promuovere una riflessione sull’autodeterminazione dei corpi, la bodypositivity e l’accoglienza delle soggettività oltre il genere.
La sensibilizzazione su questi temi si configura come intervento culturale di educazione alle differenze, di prevenzione di discriminazioni, lotta al bullismo e alla violenza sulle donne, a sostegno della parità, nel rispetto della pluralità dei modelli familiari.Scritto sui corpi

Mercoledì 4 dicembre ore 17:00 – 19.00
La costruzione dei corpi: educarsi alla bodypositivity
Mercoledì 11 dicembre ore 17.00 – 19.00
La comunicazione sui corpi: dal vittimismo all’autodeterminazione

Laboratori per la comunità
Sono spazi circolari di condivisione, riflessione e co-costruzione che portano l’attenzione sulla consapevolezza dell’esperienza quotidiana come luogo di rigenerazione della cultura eterosessista.
Gli incontri della durata di due ore ciascuno sono destinati ad un numero massimo di 20 partecipanti di età compresa tra i 15 e i 100 anni. Si utilizzerà una metodologia ludica e creativa che alternerà momenti di riflessione teorica ad attività più interattive.

Conduce Francesca Fadda – Psicologa, psicoterapeuta, consulente ed educatrice sessuale, co-fondatrice associazione La Formica Viola.

La partecipazione è gratuita, è richiesta l’iscrizione presso la Biblioteca Comunale di Settimo San Pietro, via Roma 65, oppure via e-mail. biblioset@yahoo.it / tel. 070/766366.
Le iscrizioni verranno prese fino esaurimento posti.

Specificare se ci si iscrive per entrambi i laboratori o per uno solo.
Per un maggiore approfondimento del tema si suggerisce di partecipare a tutti e due gli appuntamenti.

Progetto grafico a cura di Silvia Exana

 

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