Essere Arciere del proprio destino

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Ogni giorno lanciamo una quantità innumerevole di frecce senza averne la piena consapevolezza. Idee, proposte, messaggi, obiettivi, azioni partono in automatico private di una precisa intenzione e cura del processo che dalla preparazione porta alla sua realizzazione.

Spesso dopo aver scoccato una freccia ci giriamo da un’altra parte, ancora prima che la nostra intenzione abbia raggiunto la sua destinazione. Dirigiamo la nostra attenzione verso un altro bersaglio ancora prima di osservare il momento in cui arriva al centro di ciò che avevamo deciso. Scocchiamo un’altra freccia ancora prima di poter vedere quella appena lanciata arrivare e penetrare profondamente l’obiettivo, oppure mancarlo o fermarsi molto prima.

Questa modalità automatica comporta un grande dispendio di energie, fisiche, mentali, emotive. Frammenta l’agire, genera impulsività e può essere fonte di ansia, insoddisfazione e frustrazione rispetto alla propria vita, in una sua area, dai grandi progetti lavorativi al modo di prepararci il cibo, o in modo generalizzato.

Quando facciamo un risotto, per esempio, non dovremmo allontanarci dal tegame e distrarci guardando il cellulare o nel frattempo cucinare altre pietanze, ma girare il nostro cucchiaio in legno, con cura e attenzione, lasciarlo andare e riprenderlo, più e più volte, fino alla cottura, e infine dedicarci a contemplare ciò che abbiamo cucinato per tutto il tempo di riposo necessario prima di  servirlo.

Allo stesso modo anche in ogni nostra piccola azione quotidiana dovremmo accompagnare l’euforia e l’adrenalina del bambino alla cura dell’adulto. Unire la ribellione al coraggio, il sogno alla determinazione. Essere arcieri e arciere delle proprie frecce, mantenere l’equilibrio, la calma e la centratura su di sé, guardarsi dentro per non perdere la posizione necessaria al lancio e non rischiare di accumulare tensioni, stress e stanchezza che potrebbero deviare l’attenzione su altri stimoli o portare ad agire troppo frettolosamente.

Preparasi, mirare e rilasciare la freccia.

Seguire il suo corso è osservare il flusso dell’energia, è mantenere fede alla promessa fatta alla nostra intenzione, al nostro desiderio d’agire e di ottenere qualcosa, è molto semplicemente quel crederci fino in fondo che pronunciamo per incoraggiarci ma spesso senza troppa convinzione.

“Io sono Merida e voglio gareggiare per ottenere la mia mano!”

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Tuttavia preparasi, mirare e rilasciare la freccia non è sufficiente.

Nel film The Brave (2012), la protagonista Merida,  obbligata ben presto al vestito troppo stretto del ruolo di principessa e ambita  sposa da ben tre clan,  non mostrando interesse per i suoi pretendenti intenti a ostentare la propria forza e raccontare le proprie gesta eroiche, trasforma il combattimento per la sua mano in una sfida al tiro con l’arco in cui lei stessa diventerà la protagonista del contendere la sua mano. L’incontenibile energia della protagonista ribelle la porterà però ad agire di fretta e impulsivamente, quasi come se avesse scoccato la freccia troppo presto senza prendersi il tempo di comprendere le conseguenze delle sue azioni. Si ritroverà vincitrice e vinta allo stesso tempo e di fronte ad un destino che crede di non poter cambiare l’unica e più veloce soluzione possibile ai suoi occhi, in un momento di disperazione, sarà quella di affidarsi ad una strega. Nel dramma di un incantesimo che ha trasformato sua madre in Orso troverà la chiave per  la sua vita: “se il destino vuoi cambiare dentro devi guardare e lo strappo dall’orgoglio causato riparare”.

L’incantesimo permette a Merida di scoprire un nuovo canale di comunicazione con la madre, rendersi conto che ogni avvenimento è stato il risultato delle sue intenzioni e azioni, che ogni freccia lanciata ha creato una profonda lacerazione nella sua storia, senza che se ne rendesse conto. Ma proprio con questa consapevolezza ha trovato la saggezza necessaria a riparare il suo arazzo e  affermare se stessa.

Dopo aver rilasciato la freccia è necessario stare in attesa, in presenza e osservazione. Aspettare il compimento dell’azione e il suo risultato. Averne cura. 

Solo in questo modo Merida troverà il coraggio di riconoscere che al proprio destino si comanda, solo in questo modo diventerà Arciere del proprio destino.

Merida

 

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Perché ho deciso di iniziare un percorso psicologico?

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Alcune persone hanno risposto così:

– in questo periodo gli accadimenti della mia vita mi hanno messo/a davanti ad un cambiamento importante che non riesco ad affrontare da sola

– mi sento spesso triste, arrabbiato/a, in tensione per tutto

– tutti si affidano a me per risolvere i loro problemi e io non ho uno spazio tutto mio

– non voglio ripetere dei comportamenti che in passato mi hanno fatto soffrire e sento di dover cambiare io qualcosa

– ho bisogno di conoscermi meglio e prendere maggiore consapevolezza di me

– mi sento bloccata/o in una relazione sentimentale da cui non riesco ad uscire

– è arrivato il momento di prendermi cura di me

– sono in difficoltà nella gestione del rapporto con i miei figli 

 

Spesso chiedere aiuto ricorrendo al sostegno di un/una professionista viene vissuto come un fallimento e con un  grande senso di frustrazione. Si ha paura di affidarsi, di dare in mano la propria vita ad altri, di perdere il controllo, di scoprire chissà quale scheletro nascosto. Soprattutto per chi ha sempre fatto tutto da solo/a ammettere di avere bisogno di un supporto è un atto estremamente difficile. Proprio queste persone, una volta iniziato a lavorare su di sé e sulle proprie resistenze iniziali, testimoniano che un percorso di psicoterapia può offrire un’occasione per uscire da un circolo vizioso e cambiare la propria vita migliorandone la qualità.

La paura del cambiamento è l’ostacolo più grande. Eppure il cambiamento è connaturato alla realtà, è un fenomeno quotidiano: la gente riesce a trovare soluzioni nuove, la natura trova sempre nuovi adattamenti, tutti i processi di scoperta e di creazione, dalla scienza all’arte, consistono nell’uscire da una struttura vecchia per entrare in una nuova, tutta la vita è un’alternanza di persistenza e cambiamento (Watzlawick, Change, 1974). Il cambiamento è funzionale alla crescita e all’evoluzione, non solo per sé e su di sé ma anche nel e per il sistema di relazioni in cui ci si muove o più spesso si rimane incagliati.

Promuovere il proprio cambiamento è un atto di responsabilità e rispetto per sé, scegliere di farlo con un/a professionista è una possibilità che  permette di intraprendere un cammino insieme, sperimentare, attraverso la relazione, consapevolezza e nuovi punti di vista, ridipingere il paesaggio della propria storia e costruire giorno dopo giorno il sentiero su cui camminare.

Perché ho deciso di iniziare un percorso psicologico? Perché il mio zainetto era diventato talmente pesante che la sola condivisione con qualcuno esterno alla mia vita lo alleggeriva. Perché avevo bisogno di salvarmi, di riprendere la mia vita, di non esser più triangolata ma soprattutto perché avevo bisogno di rinascere.

Anonima

 

L’ho lasciato perché non avevo più spazio per me – Geografia delle relazioni

Una delle motivazioni più citate quando si decide di chiudere un rapporto sentimentale è associata alla mancanza di spazio per sé, alla sensazione di soffocare nella coppia, di aver perso di vista se stessi/e e di aver bisogno di ritrovarsi. Utilizzando la metafora della mappa geografica è possibile riflettere sulla particolare modalità con cui, quando entriamo in relazione, organizziamo gli spazi reciproci e individuali e ne definiamo i confini, incappando spesso in situazioni di stallo.

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La coppia può essere considerata il terreno più fertile per coltivare e nutrire la propria personalità, un luogo dove sono possibili lo scambio autentico, il confronto, la crescita, dove i problemi diventano opportunità evolutive che coinvolgono l’intelletto, il corpo, fisico ed emotivo, e l’interiorità.

Che si configuri come unione di fatto, civile o religiosa, la relazione assume una sua specifica geografia: definisce un suo nucleo, ne stabilisce i confini con l’esterno e contemporaneamente richiede ai suoi componenti di inoltrarsi in spazi interni, selvaggi e inesplorati, di tracciare ciascuno il proprio territorio, imparando a rispettare e non invadere quello dell’Altro o dell’Altra, per abitare insieme il Noi.  Le trame relazionali tuttavia possono assumere forme differenti e mutevoli spesso incomprensibili.

Quando nella coppia si ha la sensazione di non avere più nulla da dirsi probabilmente i confini del Noi si sono sovrapposti a quelli individuali invadendoli, oppure, al contrario, gli spazi individuali si sono talmente distanziati da abitare sempre meno il Noi fino ad arrivare a lasciarlo vuoto.

A seconda della fase di sviluppo della coppia, delle particolari dinamiche relazionali, che si creano nell’incontro e che, talvolta, ripropongono schemi e modalità apprese nella famiglia d’origine, e dei ruoli che si assumono all’interno della stessa coppia e famiglia (compiti domestici, cura di figli/figlie),  possiamo idealmente immaginare tre configurazioni geografiche della coppia: fusionale, distaccata, integrata.

La coppia fusionale

La relazione è simbiotica, si caratterizza per una sovrapposizione tra lo spazio dell’Io e quello del Tu, i confini si confondono, il noi prevale sugli spazi identitari: la coppia emerge e predomina rispetto alle personalità dei partner. C’è confusione tra i bisogni propri e quelli dell’altro/a e una forte tendenza alla dipendenza affettiva. Entrambi i componenti della coppia conoscono e sembrano condividere e far propri i sentimenti, i pensieri, le fantasie, i sogni l’uno/a dell’altra/o.

La vicinanza fisica ed emotiva è talmente forte da provocare ansia e disagio con  il rischio che il sé dell’uno/a venga incorporato nel sé dell’altro/a. Le differenze sono annullate e la conflittualità viene vista come una minaccia alla coppia.

La coppia distaccata

La coppia non risponde più ai desideri e ai bisogni di uno o di entrambi i componenti che smettono di nutrire la relazione senza riuscire a separarsi. Si investe maggiormente fuori dalla coppia, nel lavoro, nelle relazioni amicali, nello sport, in hobby apparentemente non condivisibili, o in un altro rapporto erotico sentimentale. La coppia non rappresenta più uno spazio in cui potersi rispecchiare e trovare nutrimento per la propria identità. La distanza fisica e/o emotiva può essere tale da generare rifiuto e ostilità tanto che i due partner possono percepirsi repellenti. Il rifiuto può riprodursi per mesi, anni, o una vita intera.

La coppia integrata

Lo spazio della coppia non invade i territori personali, nutre la relazione e le singole identità in maniera equilibrata e rispondente ai reali bisogni di entrambi i partner. La distanza è funzionale ad un rapporto equilibrato, i confini sono flessibili e adatti alla negoziazione degli spazi reciproci e condivisi.

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[Illustrazione\Psiche di Bebbe Giacobbe]

Questi tre modi di funzionare non sono statici ma possono essere considerati come fasi cicliche che periodicamente la coppia attraversa. In alcune coppie la relazione può ruotare a intervalli con alta frequenza, in altre può rimanere relativamente fisso per lunghi periodi. Il bloccarsi su una modalità distaccata o fusionale per tanto tempo può essere fonte di malessere, può portare ad una crisi più o meno importante del rapporto, alla sua rottura, allo sviluppo di un sintomo per tenere unita la coppia o al coinvolgimento di una terza persona nella dinamica relazionale, un figlio, una figlia, un famigliare o un amante.

Quando la mappa diventa troppo rigida, attraverso un processo di consapevolezza, si può imparare a distaccare e ridefinire gli spazi fisici ed emotivi, disegnando una nuova geografia della relazione che offra un adeguato spazio di autonomia e differenziazione ad entrambi, in cui coltivare passioni e interessi individuali, riuscendo anche a vivere spazi condivisi che coinvolgano la coppia in attività e momenti rivitalizzanti, per riscoprirsi e reinventarsi. Contemporaneamente, quindi, va definito un luogo sicuro per la relazione, capace di accogliere le differenze, le tensioni e le conflittualità che possono naturalmente sprigionarsi quando l’identità dei singoli inizia ad avere uno spazio di espressione sufficientemente differenziato.

Prima di scappare nell’illusione che si conosca ormai tutto dell’altra o dell’altro e che non si abbia più nulla da dare e ricevere, si può provare a rivedere la mappa della relazione, riprendere gli spazi personali reciproci e condividere questo processo nella coppia, scoprendo di avere ancora tanto da esplorare. Il tango argentino può essere, per esempio, una buona terapia di coppia per imparare a comprendere e gestire le dinamiche legate a spazi, distanze e confini. aldo-sessa-tango

Si dovrebbe imparare a stare abbastanza vicini per mantenere saldo il legame e abbastanza lontani per mantenere integra la propria coerenza identitaria.

Rimane pur sempre la grande possibilità di scoprire che ci si può lasciare senza rischiare di svuotare il proprio spazio.

Amatevi reciprocamente, ma non fate dell’amore un laccio:

lasciate piuttosto che vi sia un mare in moto tra le sponde delle vostre anime.

Cantate e danzate e siate gioiosi insieme, ma che ognuno di voi resti solo,

così come le corde di un liuto son sole benché vibrino della stessa musica.

Datevi il cuore, ma l’uno non sia in custodia dell’altro.

Poiché soltanto la mano della Vita può contenere entrambi i cuori.

E restate uniti, benché non troppo vicini insieme:

poiché le colonne del tempio restano tra loro distanti,

e la quercia e il cipresso non crescono l’una all’ombra dell’altro.

K. Gibran

Vivere sulle montagne russe

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Le montagne russe descrivono il movimento ondulatorio e ciclico dei nostri stati interiori e relazionali. Attraversiamo fisiologicamente fasi di espansione, contrazione e stasi ma il più delle volte ci sottraiamo al loro alternarsi. Governiamo il movimento ciclico, lo neghiamo, forzandoci di stare in uno stato perenne di espansione, arrampicandoci nei picchi più alti della montagna russa con tutte le nostre forze, anche quando la nostra energia va in senso completamente contrario. Opponiamo resistenza alla forza motrice che ci spinge verso la stasi perché viviamo in un tempo in cui fermarsi non è concesso, è improduttivo, non funzionale al ritmo che detta la vita lavorativa, sociale, relazionale. La mente individuale, come quella collettiva, ci spingono all’iperattività, al mito del fare, pensare, spiegare controllare incessantemente ogni cosa ci accada.

Non permettere l’autunno alla nostra esistenza è come impedire alle foglie rosse, gialle e brunastre degli alberi di cadere e creare un manto nel bosco, è costringere gli alberi al verde perenne.EQUINOZIO-AUTUNNO-OK-1

Eppure ogni aspetto della nostra vita è regolato dalla ciclicità. In ogni secondo della nostra giornata il respiro ci ricorda che abbiamo bisogno di contrarre la muscolatura per prendere il respiro, trattenere l’aria ed espanderci portandola fuori. Raramente ci soffermiamo sul vuoto che segue, quel momento di silenzio e inattività che occorre per contemplare l’espansione, goderne e prepararsi per un nuovo respiro.

Se il respiro non è sufficiente a comprendere la dinamica cicilica del nostro vivere quotidiano, il rapporto sessuale ci offre una descrizione ancor più maneggevole. L’unione di due corpi nell’incontro sessuale è scandita da un tempo di ascesa, caratterizzato da concentrazione muscolare, trattenimento, stretta, movimento quasi convulsivo che raggiunge un picco per poi cedere ad un moto più lento, all’abbandono, al rilassamento muscolare. In un attimo si arriva al vuoto, quell’interstizio silenzioso che il cinema riempie con una sigaretta, una doccia veloce, una fuga automatica.

Riprendere consapevolezza della nostra cicilicità e farci guidare dai suoi naturali movimenti richiede di portare l’attenzione sul corpo, di osservare gli stati emotivi che ci segnalano  a quale velocità possiamo andare. Stare con i nostri cicli è un dono che possiamo fare al nostro benessere interiore e relazionale, è uno strumento potente che possediamo per canalizzare in maniera funzionale la nostra energia durante la contrazione, guidare armoniosamente l’espansione e riscoprire la pienezza nel vuoto.

Possiamo riempirci di entusiasmo e paura quando saliamo sulle montagne russe, espanderci con un urlo liberatorio quando scendiamo, sentire il tremolio alle gambe dopo la discesa e ricaricarci per un nuovo ciclo.

Ho avuto la fortuna di crescere nella Natura. Dai fulmini seppi della subitaneità della morte e dell’evanescenza della vita. Le figliate dei topolini mostravano che la morte era raddolcita da una nuova vita. Una lupa uccise un suo cucciolo ferito a morte; insegnò la compassione dura, e la necessità di permettere alla morte di andare al morente. I bruchi pelosi che cadevano da gl’alberi e faticosamente risalivano m’insegnarono la determinazione. Dal loro solletico, quando mi passeggiavano sul braccio, imparai come la pelle può risvegliarsi e sentirsi viva.
Clarissa Pinkola Estés