Cosa è la psicoterapia sistemico relazionale?

Immaginiamo che in ogni famiglia esista un filo rosso che tiene  uniti tutti i suoi componenti. Ogni membro regge un punto preciso e rappresenta un nodo della connessione, con i suoi movimenti influenza quelli degli altri, i quali, lo influenzano a loro volta, senza che vi sia un inizio o una fine, dando vita ad una grande danza. In una famiglia che sta bene il movimento è flessibile e fluido, può andare incontro a tensioni in momenti particolarmente difficili e in fasi critiche per la vita di uno o più membri, per poi ritrovare la sua armonia. In alcuni casi la tensione può rendere rigidi alcuni segmenti del filo e convogliarsi su un particolare nodo, o membro della famiglia, che si fa carico di quella energia bloccata che non riesce più a fluire. Il blocco si può osservare nella comunicazione tra i membri, quando diventa conflittuale o quando si evitano certi argomenti, oppure si manifesta con uno o più sintomi.

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La terapia sistemico relazionale si concentra sulla dimensione relazionale e intersoggettiva della sofferenza psichica, il comportamento sintomatico viene considerato solo la parte di una danza più ampia e ricorrente che coinvolge tutti i componenti della famiglia e che assume un significato simbolico per l’intero sistema.

Si abbandona la spiegazione lineare causa effetto (che vede la biologia o un trauma passato all’origine malattia) per passare ad una visione circolare e complessa, in cui tutti i comportamenti e le relazioni delle persone che appartengono ad un sistema familiare sono connessi producendo cause ed effetti reciproci.

Quando può rivelarsi utile?

L’approccio sistemico-relazionale è consigliato quando le persone sentono di avere delle difficoltà nelle relazioni per loro significative nel contesto familiare (coppia, genitori, figli, famiglia allargata), lavorativo, amicale e in momenti della vita particolarmente difficili da gestire e/o dolorosi (perdita di un familiare, separazioni, divorzi, svincolo di un/a figlio/a, ricomposizioni familiari).

Permette di leggere alcuni eventi e situazioni in modo differente sperimentando diversi punti di vista e costruendo nuovi significati per le difficoltà personali e/o familiari. Il lavoro psicoterapeutico non è dunque prettamente rivolto al trattamento del sintomo presentato ma alle situazioni relazionali dalle quali quel sintomo ha preso forma per segnalare la presenza di un cortocircuito, spesso invisibile agli occhi dei/delle protagonisti/e della scena vissuta.

Si fa solo con la famiglia?

No, nella psicoterapia sistemico relazionale il/la terapeuta lavora con la famiglia, con la coppia o con il singolo in base a ciò che è più utile per la specifica situazione presentata, tenendo conto della fase del ciclo di vita, del problema evolutivo e della difficoltà che sta attraversando in quel preciso momento la persona che chiede aiuto.

L’intervento terapeutico con la famiglia :

  • Si basa sull’osservazione delle modalità di relazione tra la persona che chiede aiuto e la sua famiglia, sulla qualità della comunicazione, sulla posizione e composizione della famiglia rispetto al suo ciclo evolutivo e sui confini intergenerazionali.
  • Mira a modificare e rendere più flessibili quei modelli disfunzionali presenti nel contesto entro il quale il disagio è emerso, riattivando un percorso evolutivo paralizzato.
  • Attraverso un processo di co – costruzione tra terapeuta ed individuo/famiglia, stimola le risorse nascoste dal malessere, rinforzando sia il funzionamento individuale sia quello familiare
  • Permette di sperimentare nuove possibilità, nuove modalità di comunicazione, nuovi modi di vedersi e di vedere l’altro, nuovi progetti di vita.

Nella Terapia individuale sistemica gli incontri prevedono dei colloqui con la persona che chiede aiuto, la quale, pur essendo sola nella stanza di terapia, porta con sé tutte le relazioni significative che animano la sua vita nel presente, nel passato e nell’ipotetico futuro. L’attenzione è riposta contemporaneamente sulla dimensione relazionale e su pensieri, emozioni, storie e vissuti legati alla dimensione individuale.

 

Le storie di famiglia possono intrecciarsi in modo tanto profondo che ciò che è accaduto generazioni prima può avere conseguenze su dettagli apparentemente irrilevanti nel presente. Il passato è tutto tranne che concluso.

“La bastarda di Istanbul “, Elif Shafak

 

 

[Fotografia Spettacolo Rossophilia – compagnia Lost Movement Milano]

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I perché che non piacciono a Michela Marzano e l’omosessualità senza causa

Ieri sono stata alla presentazione del libro di Michela Marzano Papà, Mamma e gender al  MuMi – Museo Michetti di Francavilla al Mare (CH). Visto che lo avevo già letto, più e più volte, mi sono concentrata sull’osservazione di quanto accadeva nella sala. Facilitata dalla folla che non mi ha lasciato posto tra il pubblico, ho trovato un angolino privilegiato in cui posizionarmi e ascoltare la sua magistrale lezione dall’alto. La comunicazione è durata più di un’ora, ha parlato ininterrottamente tenendo l’attenzione di chi ascoltava costantemente alta, l’energia era densa e concentrata sulle sue parole, sui suoi gesti, sul suo non verbale, nell’insieme un quadro estremamente avvolgente e appassionante.

Nel paesaggio delle sue parole il suo disamore per i perché mi ha risuonato e mi ha fatto da eco per tutta la giornata di oggi. Quel riferimento alle ragioni dell’anoressia, che la letteratura riconduce ad un legame particolare con la figura materna e alla posizione periferica del padre. Quel prendere atto che, pur contraendoci nella ricerca di teorie ed elucubrazioni scientifiche, alcuni fenomeni rimangono inspiegabili, anche quando di spiegazioni se ne possono trovare innumerevoli, tante da annullarne la stessa capacità di portare luce lineare su un oggetto di conoscenza.

Così, allo stesso modo, mi domando se quella battaglia tra la posizione per cui l’omosessualità viene considerata un disturbo contro natura (da riparare) e quella per cui, invece, l’omosessualità è al contrario letta come naturale, si riduce alla domanda semplicistica: omosessuali si nasce o si diventa? La partita sembra continuare a giocarsi sulla  contrapposizione tra natura e cultura, come se fossero assetti separati e indipendenti. Provo a fare uno slittamento di livello e ad uscire dalla logica del dualismo. Probabilmente val la pena di interrompere quel bisogno di chiedersi il perché di tutto e godere di ciò che accade nella sua infinita e affascinante complessità, quel flusso di esperienza impossibile da incasellare in categorie e interpretazioni, che, sebbene rispondano ad una esigenza di economia cognitiva, distolgono l’attenzione dal pensiero sul presente fenomenologico e dal suo significato squisitamente soggettivo.

Dal diario clinico di Laura:   

 “Sono lesbica, non lo so se lo sono sempre stata o se lo sono diventata, non so se sono nata con  un repertorio di desideri, orientamenti, comportamenti e preferenze  rimasto latente per attivarsi in età adulta, non so se invece quel repertorio me lo sono costruita nel tempo con le esperienze e stando in contatto profondo con il mio corpo e con i miei spazi più intimi. Non ho motivo di chiedermelo se accolgo quello che sono ora e se vivo totalmente quello che mi si presenta, anche senza dargli un nome”.

Nella foto una delegazione dell’Associazione La Formica Viola, con Michela Marzano, a sostegno dell’evento Amori Resilienti – Controcultura dei sentimenti violati, 4 – 8 – 13 marzo 2016, Spazio Matta – Pescara.

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Perché uso l’asterisco?

I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.
Wittgenstein

Ultimamente mi viene contestato l’uso di asterischi e chioccioline per la declinazione del genere all’interno dei miei testi. Raramente mi viene chiesto il motivo, più frequentemente mi si dice che è naturale usare il maschile in un determinato contesto professionale (mi è stato detto, per esempio, che nel mondo della cura dei capelli si usa comunemente “il parrucchiere”, sebbene esista nella lingua italiana il femminile del termine). Mi viene fatto notare che l’asterisco è antipatico perché nella lingua italiana è abitudine utilizzare il maschile, lasciando aperta la possibilità a chi legge di dare alla parola un’interpretazione maschile o femminile, oppure mi si dice che è un retaggio di un certo femminismo ortodosso (quale femminismo tra i tanti e diversi movimenti prodotti dalla storia?), oppure, ancora, senza troppe storie, si elimina semplicemente il mio asterisco come fosse un errore di battitura e lo si sostituisce con la declinazione maschile.

Alla base della mia scelta di inserire l’asterisco, la chiocciolina o, a costo di essere ridondante, di ripetere una parola al maschile e al femminile nelle note che scrivo, nei progetti, nei testi di promozione di eventi, negli articoli psicologici, c’è una precisa posizione maturata ed elaborata nel corso degli anni. Un percorso iniziato con gli esami universitari – dagli studi della psicologia delle differenze di genere al costruttivismo, dalla psicologia degli stereotipi e pregiudizi al costruzionismo sociale – e che, insieme ad altre esperienze formative, mi ha portata a ragionare su altri livelli di complessità, in termini di decostruzione di schemi sul genere, e, prima ancora, a prendere consapevolezza dell’esigenza primaria di lavorare su di me per riconoscere e smantellare ogni forma di sessismo presente nel mio linguaggio.

Ma riparto dall’asterisco, sul quale non scriverò nulla di nuovo che non si trovi su tanti altri blog o su linee guida redatte con le raccomandazioni dell’Accademia della Crusca, scaricabili liberamente e gratuitamente sul web.

L’asterisco è un espediente grafico che può essere usato in sostituzione alla desinenza per indicare la forma sia al maschile che al femminile e, in base all’intenzione di chi scrive, includere le forme che non rientrano in nessuna delle due. Può avere quindi una valenza inclusiva od omissiva a seconda di chi scrive e/o di chi legge.

Di norma io prediligo l’inclusività, e in alcuni casi scelgo e sento il bisogno di utilizzarlo per rivolgermi anche a chi non rientra per motivi biologici, psicologici e socio culturali nel binarismo maschile/femminile, mi riferisco in particolare alle persone intersessuali e transessuali.
L’asterisco non è forse un abbraccio a sei braccia che accoglie ogni espressione del genere senza esclusione alcuna?asterisco_1

Che si tratti di evidenziare le differenze o l’uguaglianza tra i generi, questione molto dibattuta, l’impellenza, più che il diritto, mi pare rimanga quella di uscire dall’invisibilità linguistica adottando una revisione del proprio linguaggio. Questa operazione ha certamente delle conseguenze sull’efficacia comunicativa, estetica e stilistica del testo proposto.

La decisione di intervenire o meno su un testo richiede la consapevolezza di queste conseguenze e deve tenerne conto per cercare di salvaguardarne la leggibilità e comprensione, valutando di volta in volta testo e contesto e lasciando aperta la possibilità di usare il maschile inclusivo qualora diventi complessa l’esplicitazione delle forme maschili e femminili insieme, soprattutto nei testi molto lunghi.

Personalmente scelgo l’asterisco perchè, nonostante sia poco raccomandato dalle stesse linee guida per un uso non sessista della lingua italiana (Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana di Alma Sabatini, 1987) in quanto può ostacolare la lettura del testo, oltre a permettermi di adottare l’inclusività di cui sopra, nel suo richiamare la censura di parole poco raccomandabili, produce un effetto percettivo disturbante che vuole attirare l’attenzione proprio sull’effetto della censura del genere femminile.

Non è certo sufficiente inserire le forme femminili per decostruire il linguaggio sessista, ma credo sia necessario prendere consapevolezza di come il linguaggio che fluisce automaticamente nella nostra vita, attraverso il dialogoe l’interazione sociale quotidiana, contribuisce a creare la realtà.

Le parole non sono neutre, sottintendono un modo di percepire, sentire, pensare, essere ed esistere. Le parole hanno un grande potere sul nostro corpo, poichè attraverso la fonazione, l’ascolto, la lettura riescono a provocare dolore e malessere, ad attivare processi cognitivi ed emotivi, a creare specifiche dinamiche relazionali, identitarie e culturali.
Le conoscenze si formano, si esprimono e si trasmettono attraverso la forma verbale come costruzioni di significati condivise nell’interazione quotidiana, come rappresentazioni mentali convenzionali e socialmente condivisibili. Le espressioni verbali riescono a modellare le esperienze e possono essere usate a questo scopo per introdurre dei cambiamenti nelle rappresentazioni e negli schemi culturali ancora potentemente capaci di produrre pregiudizi, disparità e discriminazioni tra igeneri.

Così mi piacerebbe che l’Ordine degli Psicologi fosse anche delle Psicologhe (il numero delle laureate in psicologia è maggiore rispetto al numero dei laureati, talvolta non servono statistiche, è sufficiente andare all’università per sentirsi in maggioranza e nonostante ciò essere chiamate studenti).

Mi piacerebbe che nella letteratura psicologica moderna, parafrasando Winnicot, si arrivasse a dire che non esiste un bambino, ma esiste anche una bambina. Che non esistono i figli, ma esistono anche le figlie, quindi esiste una prole.

E, in fin dei conti, se non si volesse usare lo sgradevole asterisco, basterebbe semplicemente rispettare la grammatica italiana, tenendo a mente che il femminile dei nomi segue uno schema ben preciso:

I termini -o, – aio/-ario, -iere -ere mutano in -a, – aia/-aria, -iera, -era:
M ragazz-o, giornal-aio, inferm-iere
F ragazz-a, giornal-aia, inferm-iera

I termini in -sore mutano in –sora, oppure formano il femminile dalla radice dell’infinito del verbo
corrispondente con l’aggiunta del suffisso –itrice, mentre i termini in -tore mutano in –trice e –tora:
M Aggres-sore, lettore, pastore
F Aggred-itrice, lettrice, pastora


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