Sessualità in gravidanza? Un filo rosso che alimenta la conoscenza di sé

Pubblicato da http://www.ilclubdeigenitori.it

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La gravidanza e la nascita di un/a figlio/a sono eventi estremamente significativi del ciclo di vita individuale e della coppia. Un carico di aspettative, investimenti, emozioni e paure invade lo spazio vitale, attivando un processo di cambiamento e ridefinizione dei luoghi identitari e relazionali e una rinegoziazione di regole in numerose aree fisiche e simboliche. Ad essere perturbata è più di tutte la sfera della sessualità, ignorata dai servizi e ammantata di stereotipi e false convinzioni che ne impediscono una armoniosa e piena espressione in un momento estremamente importante della propria esistenza.
Se da un lato, infatti, osserviamo una crescente attenzione verso la maternità con interventi di preparazione al parto, dall’altra si riscontra una certa trascuratezza per l’intimità e la sessualità della coppia, tanto per la donna quanto per l’uomo. Secondo una ricerca del 2009 (Brtnicka) il 76% delle donne incinta esprime il bisogno di avere informazioni sulla sessualità nei consultori familiari e circa la metà dichiara di aver ricevuto informazioni insufficienti dal personale sanitario. Inoltre, mentre molte/i ginecologhe/i dichiarano di discutere di problematiche sessuali con le donne in gravidanza e nel post partum, i due terzi delle donne non ne ha alcuna memoria.
La carenza di informazione e la medicalizzazione ancora forte della gravidanza, hanno portato ad una sua desessualizzazione. L’associazione del momento della nascita al dolore allontana e nega la dimensione del piacere, mettendo in modalità di attesa l’esperienza intima della gestazione, per la coppia, per i singoli partner, per le mamme che si preparano alla creazione di una famiglia monoparentale.

Close up of loving pregnant couple on bed
Alla fine degli anni 70 un noto programma di ricerca condotto da Masters e Johnson ha dato il via ad una grande quantità di studi in tutto il mondo sull’influenza della gravidanza sull’erotismo e in particolare sulla risposta sessuale femminile, contribuendo a sfatare falsi miti e pregiudizi sull’attività sessuale durante la gestazione.
Alcuni tra i più diffusi stereotipi sulla sessualità in gravidanza sono ancora facilmente riscontrabili, in particolare quelli per cui le donne gravide perdono interesse per il sesso e non riescono ad avere orgasmi, insieme alla convinzione per cui il rapporto sessuale praticato nei primi mesi di gravidanza può essere pericoloso per il feto o ancora che gli uomini non dimostrano interesse sessuale per le donne incinte. Vale la pena menzionare anche quelli un po’ più fantasiosi e divertenti, come la credenza che lo sperma possa arrivare fino al bambino che lo userà come nutrimento o che fare l’amore in gravidanza indurrà il nascituro ad avere un maggiore desiderio sessuale (Panzeri, Donà, & Cusinato,2006, p. 2).
La maggior parte degli studi converge nel dimostrare, in maniera più o meno accentuata, differenze tra i tre trimestri della gravidanza nella vita sessuale, valutandone la qualità in riferimento ai diversi parametri della funzione sessuale: desiderio, eccitazione orgasmo, soddisfazione e frequenza dei rapporti.
Nel primo trimestre l’erotismo e l’efficienza nell’attività sessuale risultano molto variabili, ma complessivamente si assiste ad un calo notevole del desiderio e della frequenza dei rapporti. L’erotismo, minimo o inesistente, lascia spazio alle preoccupazioni per il/la nascituro/a e al prendere confidenza con i primi cambiamenti fisici, ormonali ed emotivi. Un insieme complesso di fattori concorre nel determinare la percezione di una ridotta attrazione per il/la partner e una diminuzione dell’eccitabilità sessuale.
Le cose iniziano a cambiare all’inizio del secondo trimestre con un migliore stato di benessere, dovuto al venir meno delle nausee e dei disturbi somatici, al miglioramento dell’umore e all’elaborazione emotiva della gravidanza. Un nuovo equilibrio psicofisico sembra risvegliare l’erotismo con un aumentato interesse per l’attività sessuale, sia per il coito che per l’autoerotismo, e una maggiore facilità e frequenza nel raggiungimento della fase orgasmica, dovuta, probabilmente, anche ad un aumento della secrezione lubrificante vaginale (legata ad una maggiore congestione venosa del canale vaginale), che si presenta proprio a partire alla fine del primo trimestre e permane per tutto il resto della gravidanza.
Nel terzo trimestre si verifica nuovamente una riduzione notevole dell’attività sessuale, dovuta presumibilmente sia a fattori fisici, come l’aumento di peso e i cambiamenti nella fisiologia vaginale, e psicologici, legati soprattutto alle preoccupazioni e alle paure ispirate all’avvicinarsi del parto. Spesso sono i medici a vietare i rapporti sessuali in questa fase e per i tre mesi successivi alla gravidanza, una proibizione che genera malcontento se non supportata da una valutazione soggettiva della situazione di salute della donna e da una corretta informazione alla coppia. Sembra infatti esserci una correlazione forte tra il grado di informazione della donna da parte dal ginecologo e il suo piacere sessuale in gravidanza, questo vale anche per il partner, che se coinvolto vive con meno frustrazione la prescrizione di continenza, comprendendone le motivazioni, e vive con una maggiore partecipazione attiva il percorso della gravidanza.
Dopo la nascita la ripresa dell’attività sessuale è molto lenta, tra le spiegazioni più frequenti vi sono la stanchezza e il senso di debolezza, i dolori durante il coito, l’irritazione della vagina e il timore che i rapporti possano danneggiare il fisico. Il parto cesareo sembra influire molto meno rispetto a quello naturale con episiotomia, infatti la guarigione del perineo e i dolori che ne derivano possono rappresentare un freno reale alla ripresa dei rapporti sessuali. Sembra che l’allattamento abbia invece un ruolo acceleratore del risveglio dell’interesse sessuale, l’argomento è ancora avvolto dal pregiudizio, ma molte donne raccontano di essersi sentite stimolate dalla suzione. In generale, entro le prime sei settimane e due mesi dal parto, tutte le funzioni sessuali possono riprendere l’andamento che avevano precedentemente. La qualità della sessualità prima del concepimento ha un’influenza rilevante durante l’intera gravidanza e nella ripresa dell’intimità dopo il parto.
Nel tempo che precede e attraversa la gestazione è di grande importanza portare l’attenzione sulla comunicazione all’interno della coppia, promuovere uno scambio continuo che sviluppi una consapevolezza reciproca dei propri vissuti intimi, mantenere attivo il legame erotico anche quando, naturalmente o per sopraggiunte condizioni mediche, richieda di essere allentato. Creare uno spazio di condivisione e contatto, in cui in maniera creativa si possano sperimentare fantasie ed effusioni, permette di vivere in maniera più armoniosa e sana la relazione, allenando i muscoli emotivi al raggiungimento di un nuovo equilibrio tra intimità e genitorialità. Nutrire questo spazio permetterà un allargamento funzionale e graduale del sistema relazionale, facendo in modo che il/la figlio/a prenda posto nel suo nido senza che questo occupi la casa simbolica della coppia e lo spazio delle identità.
Come nella leggenda giapponese del filo rosso, la sessualità può diventare quel cordoncino da tenere stretto durante la gravidanza, quale simbolo di una ricerca che alimenta la conoscenza di sé, il contatto con la propria parte più profonda, la vicinanza emotiva ed intima con la persona con cui si è scelto, se lo si è scelto, di condividere uno dei passaggi evolutivi più delicati del proprio cammino. Il filo rosso legato al mignolo non è visibile, ma è molto lungo e indistruttibile, si aggroviglia e crea intrecci che possono mettere alla prova chi tiene i due capi. In un gioco di tensioni e rilasci, ogni singolo groviglio sciolto rappresenta il superamento di un ostacolo, ogni nodo districato il rafforzamento del legame.

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Bibliografia

Brtnicka H., Weiss P., Zverina J. (2009). Huan sexuality during pregnancy and the post partum period. Batisl Lek Listy, 110 (7): 427 – 31.

Carta S. (1996). Via familiare. Strutture, processi, conflitti. Milano, Giuffrè Editore

Coluccini F. (2016). La sessualità in gravidanza. Un progetto di educazione sessuale per coppie in attesa. Rivista Elementi di sessuologia

Masters, W., & Johnson, V. (1967). L’atto sessuale nell’uomo e nella donna. Milano, Feltrinelli

Panzeri, M., Donà, M.A., Cusinato, M. (2006). La sessualità della coppia nel ciclo di vita familiare. Rivista di Sessuologia, 30, 93-97.
Piu F. (2008). Gravidanza e sessualità. Tesi di specializzazione Istituto Italiano di Sessuologia Roma
Zagaria L. (2016). Dalla diade alla triade. Variazioni e ripercussioni sulla vita sessuale di coppia. Tesi di specializzazione Istituto Italiano di Sessuologia Roma

 

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Dalla maternità surrogata al progetto procreativo relazionale

Polaroid Photos of an Newborn Infant and Pregnancy Shots Hanging on a Rope With Clothespins

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La maternità surrogata è un tema molto delicato di cui nel dibattito pubblico si è parlato frequentemente nel periodo di approvazione della legge sulle unioni civili, compiendo l’errore grossolano di confonderlo con l’istituto della stepchild adoption* . La maternità per surrogazione ha generato dei posizionamenti molto netti, ma data la sua complessità schierarsi per un SI o per un No è sicuramente poco utile alla comprensione di tutti gli aspetti coinvolti sul piano etico, socio-politico, economico e psicologico.
Il fenomeno è conosciuto da tempo, in passato avveniva nel silenzio e si realizzava prevalentemente nell’ambito dei rapporti interpersonali, ricorrendo, per esempio, all’aiuto di una sorella che metteva a disposizione 9 mesi della sua vita per permettere all’altra di realizzare il proprio desiderio di maternità, ma ancora nessuno poteva incidere sulla libertà di procreare.

Oggi assume connotazioni molto diverse, con l’aiuto della medicina e soprattutto con l’avvento delle nuove tecnologie, questa pratica è diventata un fenomeno pubblico e la giurisprudenza ha iniziato a interrogarsi sulla sua disciplina. In molti paesi, come in Italia, è vietata, in alcuni non è disciplinata, in altri è invece regolamentata con leggi specifiche che definiscono vincoli e modalità.

La maternità surrogata o per sostituzione, detta anche gestazione per altri o gestazione d’appoggio – la stessa scelta delle parole denota la complessità della questione – può essere totale o parziale. Nel primo caso la donna non ha alcun rapporto genetico con l’embrione che crescerà ma mette a disposizione solo il proprio corpo per la gestazione; nel secondo caso anche gli ovuli.
Lo scopo della surrogazione può essere economico o di solidarietà. I motivi possono essere diversi:
– Incapacità gestazionale (infertilità, sterilità)
– Coppie same-sex
– Malattia della madre tale per cui una gravidanza potrebbe aggravare lo stato di salute
– Donna che non vuole modificare il proprio corpo (aspetto più teorico e meno riscontrabile nella realtà).

Il dibattito sulla maternità surrogata si concentra principalmente sulle seguenti obiezioni:
– Un terzo viene intromesso nei rapporti di coppia (in senso dispregiativo), violando il patto di fedeltà e mettendo a rischio l’unione familiare (questa obiezione è caduta in disuso).
– Violazione della dignità della donna considerata strumento dei desideri altrui.
– Sfruttamento della donna surrogata: danno a carico di una donna più forte per il desiderio delle donne che vivono in situazioni disagiate
– Il legame madre-bambino/a viene reciso alla nascita
– Costi elevati.

Non essendo questo il contesto per affrontare tutti gli aspetti legati alle obiezioni appena riportate, ci si limiterà a proporre delle riflessioni sulle dinamiche relazionali che si creano tra le figure coinvolte nel processo di surrogazione.

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Fotogramma Film “La Balia” di Marco Bellocchio del 1999

Prima di prendere qualsiasi posizione è necessario porsi alcune domande.

Chi è la madre? Madre genetica e madre sociale possono essere diverse?
Che tipo di legami familiari si vengono a creare tra la madre genetica, il figlio o la figlia, e i genitori sociali?

Nell’esperienza della madre biologica e/o genetica manca il desiderio di maternità, è assente il progetto, il pensare il figlio dopo la nascita: la donna sa già che genererà un figlio non per se stessa ma per altri.
La madre genetica può per certi aspetti essere paragonata al padre, che per ragioni biologiche non porta il figlio nel suo grembo ma ne diviene a pieno diritto genitore. La genitorialità infatti inizia molto prima della gestazione e sono diversi gli elementi che concorrono nel definire la scelta di dare vita ad un figlio, potenzialmente descrivibili in fasi, che vanno dalla sperimentazione del desiderio genitoriale fino alla definizione e appropriazione del ruolo genitoriale.
I genitori all’interno di una coppia o il singolo genitore che sceglie di dar vita ad un figlio senza partner, desiderano, accolgono, pensano, progettano la propria vita, con un impegno – personale, emotivo, economico. Tale progettualità è in grado di creare, accanto a quel luogo corporeo nel quale prenderà vita il feto, uno spazio affettivo, un nido simbolico, che predispone all’accoglienza del figlio creando le radici del legame molto prima della nascita.
Da un punto di vista relazionale è fondamentale considerare il sistema all’interno del quale il bambino viene pensato e generato. Un sistema che va ampliato e allargato nella sua rappresentazione e configurazione, come accade nelle famiglie ricomposte.
La madre surrogata partecipa al processo procreativo senza assumere l’identità genitoriale che ne fa il “proprio” figlio o la “propria “figlia”. I genitori intenzionali partecipano pienamente alla relazione con il figlio attraverso la madre surrogata. L’attaccamento della madre verso il feto è multidimensionale e chiama in causa aspetti diversi per la gestante e per i genitori intenzionali, nel primo caso infatti l’attaccamento subisce un processo diverso perché manca la preoccupazione per il futuro del feto, proiettata sui genitori intenzionali, autori del progetto procreativo.
Il riferimento alla madre surrogata, la cui presenza può essere reale o simbolica, che in termini giuridici si configura nel diritto alle origini, permette la legittimazione di una memoria biologica, quell’esperienza primordiale del feto all’interno dell’utero che va riconosciuta e valorizzata nei racconti della sua nascita, negandola e recidendola si rischia di creare un tabù, un segreto, un vuoto narrativo nello sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale. Non va sottovalutato infatti l’impatto dell’espressione emotiva non verbale, che passa attraverso il silenzio rivelatore e linguaggio del corpo, i non detti hanno spesso un potere maggiore delle parole.
È di grande importanza riconoscere nella storia familiare la figura della madre surrogata e inserirla nella rappresentazioni genealogiche attraverso fiabe e metafore che progressivamente si arricchiscono di informazioni sempre più comprensibili al figlio in base all’età.
Il ritratto familiare che viene così dipinto non differisce da quello che si realizzava quando i bambini venivano dati a balia alla nascita o da quello che prende vita dalle famiglie che attraversano una ricostituzione, in seguito a separazioni e ricomposizioni. La crescita e lo sviluppo richiedono relazioni affettive di qualità, senso di appartenenza, cura dei legami.

Ci sono due lasciti durevoli che possiamo dare ai nostri figli e alle nostre figlie. Uno sono le radici. L’altro sono le ali.
Hodding Carte

Note

  • La stepchild adoption è il meccanismo che permette ad uno dei membri di una coppia di essere riconosciuto come genitore del figlio, biologico o adottivo, del compagno o della compagna.
  •  Quando si parla di coppia si fa riferimento all’unione di due persone di sesso diverso o dello stesso sesso che intrattengono una relazione, sia essa di fatto o legalmente riconosciuta dall’istituto delle unioni civili o del matrimonio. Attualmente il 90% delle coppie che ricorre alla surrogazione è eterosessuale.
  • L’uso alternato al maschile e al femminile dei termini figlio e figlia è stato scelto esclusivamente per motivi di praticità linguistica.

L’articolo nasce da riflessioni e appunti di viaggio presi durante la II edizione dell’International Summer School on Gender Studies 2016 – Le nuove frontiere del diritto e della politica. Questioni LGBT – UNIMC Università di Macerata

Note bibliografiche
Corti I., 2000. La maternità per sostituzione. Giuffrè
Ferrari F., 2015. La Famiglia Inattesa. I genitori omosessuali e i loro figli. Mimesis. Frontiere della psiche.
Gambini P., 2007. Psicologia della Famiglia. La prospettiva sistemico-relazionale. Milano, Franco Angeli

 

Essere fertili non vuol dire diventare madri!

Il mio ruolo procreativo non ha trovato spazio nella mia vita e per questo sono spesso tagliata fuori dai discorsi sui pannolini, l’asilo, le pappe. Il mio orologio biologico non ha una sveglia, non ne vuole proprio sapere di suonare e ricordarmi che è arrivato il momento che anche io entri nel club delle mamme.

Oggi però  ci pensa il Ministero della Salute a sostituirsi al mio corpo e farmi da sveglia, vuole avvisarmi che sono indietro, incompiuta, poco devota alla sopravvivenza della specie umana!

Ancora una volta è necessario ribadire con forza che la maternità non è un percorso obbligato. Il ruolo procreativo non trova spazio nella vita di tutte le donne, l’orologio biologico non suona necessariamente per tutte. Quell’istinto materno così bramato e rivendicato potrebbe non farsi mai sentire durante l’esistenza, senza andare per questo ad intaccare l’identità e la possibilità di una piena realizzazione personale e sociale. Tante  sono infatti le strade e le modalità per definirsi, costruirsi, viversi nella propria completezza.

Quando una donna sceglie di non avere figli/e viene giudicata, la sua scelta viene letta e pesata come una esautorazione da un compito quasi obbligato, “ha preferito la carriera ai figli, al suo ruolo di madre, la vita lavorativa a discapito di quella personale”, si, per molte e da una prima lettura può essere visto in questo modo ma possiamo pensare che ci sia dell’altro, che quel preferire la carriera non sia una rinuncia, uno scarto, ma un’azione consapevole fondata sul proprio desiderio di sviluppo personale, di far emergere talenti, valori, potenzialità.

Eppure ancora oggi permane una forte pressione a misurare i fatti della vita secondo una serie di tappe precostituite che vedono fondamentale nella vita femminile il momento della creazione e che sembrano rendere inscindibile la cosiddetta “femminilità” dalla generatività.

Secondo l’ISTAT tra le donne nate nel 1970 il 20% non avrà figli/e alla fine del percorso riproduttivo, contro il 13% per le generazioni del 1960 e del 1940. La maternità non rappresenta più una dimensione fondamentale nella costruzione dell’identità, e, spesso, il bisogno di diventare madri è il risultato di aspettative e pressioni sociali e familiari che continuano a rinforzare quell’immaginario di femminilità che lega indissolubilmente la donna al materno. Molte donne non desiderano diventare madri ma avere una gravidanza, bramano quell’esperienza del corpo e del possesso di un figlio proprio, ma probabilmente la loro vita avrebbe funzionato anche senza un figlio.  Altre volte il desiderio è dissociato dall’esperienza procreativa e si trasforma in disponibilità all’adozione, dando priorità alla volontà di crescere un figlio o una figlia.

Il mio istinto è molto preciso nel merito: un figlio non lo voglio. I miei amici, quando mi vedono coi bambini, dicono che sarei una madre bravissima. Ma io non credo. I bambini mi piacciono, ma a piccole dosi. Se ci fosse una telecamera dell’anima che proiettasse su uno schermo quello che provo quando vedo un bambino che fa i capricci… non si può dire. Mi sento un mostro, solo a pensarlo. Trovo che il pianto isterico di un bambino sia la cosa meno tollerabile del mondo.” Alessia

Nella specie umana l’istinto materno non è biologicamente determinato ma è il risultato di una complessa interazione tra fattori corporei, psicologici, culturali e sociali.  Il fatto che le donne siano predisposte biologicamente alla procreazione non implica che lo siano anche  al desiderio di maternità e all’esercizio del ruolo materno, un vestito socialmente e culturalmente costruito che si modella alla persona che sceglie di indossarlo. Conoscenze, competenze, comportamenti, atteggiamenti definiscono il ruolo di cura, sia esso materno o paterno, ma si sviluppano nel corso della vita e dell’esperienza attraverso  processi di apprendimento.

Essere fertili non implica obbligatoriamente diventare madri, essere donne non significa avere istinto materno, il corpo e la sua sessualità sono due condizioni che possono incrociarsi per produrre una nascita, ma anche convivere serenamente lontano dalla riproduzione.

Non ho nessun desiderio di procreare eppure sono in cerca dell’amore . Procreazione. Una super-rifinita sala da pranzo stile Queen Ann a prezzo stracciato. Legno vero. È questo che voglio? La famiglia modello, due più due nel kit di montaggio di una comoda casetta. Non voglio il modellino, voglio l’originale in dimensioni reali. Non voglio riprodurmi, voglio fare qualcosa di completamente nuovo.

Jeanette Winterson, Scritto sul corpo

 

Alcune letture ispiratrici

Cirant E., Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte

De Beauvoir S.. Il Secondo Sesso

Di Pietro A., Tavella P., Madri selvagge, contro la tecnorapina del corpo femminile.

 

L’ho lasciato perché non avevo più spazio per me – Geografia delle relazioni

Una delle motivazioni più citate quando si decide di chiudere un rapporto sentimentale è associata alla mancanza di spazio per sé, alla sensazione di soffocare nella coppia, di aver perso di vista se stessi/e e di aver bisogno di ritrovarsi. Utilizzando la metafora della mappa geografica è possibile riflettere sulla particolare modalità con cui, quando entriamo in relazione, organizziamo gli spazi reciproci e individuali e ne definiamo i confini, incappando spesso in situazioni di stallo.

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La coppia può essere considerata il terreno più fertile per coltivare e nutrire la propria personalità, un luogo dove sono possibili lo scambio autentico, il confronto, la crescita, dove i problemi diventano opportunità evolutive che coinvolgono l’intelletto, il corpo, fisico ed emotivo, e l’interiorità.

Che si configuri come unione di fatto, civile o religiosa, la relazione assume una sua specifica geografia: definisce un suo nucleo, ne stabilisce i confini con l’esterno e contemporaneamente richiede ai suoi componenti di inoltrarsi in spazi interni, selvaggi e inesplorati, di tracciare ciascuno il proprio territorio, imparando a rispettare e non invadere quello dell’Altro o dell’Altra, per abitare insieme il Noi.  Le trame relazionali tuttavia possono assumere forme differenti e mutevoli spesso incomprensibili.

Quando nella coppia si ha la sensazione di non avere più nulla da dirsi probabilmente i confini del Noi si sono sovrapposti a quelli individuali invadendoli, oppure, al contrario, gli spazi individuali si sono talmente distanziati da abitare sempre meno il Noi fino ad arrivare a lasciarlo vuoto.

A seconda della fase di sviluppo della coppia, delle particolari dinamiche relazionali, che si creano nell’incontro e che, talvolta, ripropongono schemi e modalità apprese nella famiglia d’origine, e dei ruoli che si assumono all’interno della stessa coppia e famiglia (compiti domestici, cura di figli/figlie),  possiamo idealmente immaginare tre configurazioni geografiche della coppia: fusionale, distaccata, integrata.

La coppia fusionale

La relazione è simbiotica, si caratterizza per una sovrapposizione tra lo spazio dell’Io e quello del Tu, i confini si confondono, il noi prevale sugli spazi identitari: la coppia emerge e predomina rispetto alle personalità dei partner. C’è confusione tra i bisogni propri e quelli dell’altro/a e una forte tendenza alla dipendenza affettiva. Entrambi i componenti della coppia conoscono e sembrano condividere e far propri i sentimenti, i pensieri, le fantasie, i sogni l’uno/a dell’altra/o.

La vicinanza fisica ed emotiva è talmente forte da provocare ansia e disagio con  il rischio che il sé dell’uno/a venga incorporato nel sé dell’altro/a. Le differenze sono annullate e la conflittualità viene vista come una minaccia alla coppia.

La coppia distaccata

La coppia non risponde più ai desideri e ai bisogni di uno o di entrambi i componenti che smettono di nutrire la relazione senza riuscire a separarsi. Si investe maggiormente fuori dalla coppia, nel lavoro, nelle relazioni amicali, nello sport, in hobby apparentemente non condivisibili, o in un altro rapporto erotico sentimentale. La coppia non rappresenta più uno spazio in cui potersi rispecchiare e trovare nutrimento per la propria identità. La distanza fisica e/o emotiva può essere tale da generare rifiuto e ostilità tanto che i due partner possono percepirsi repellenti. Il rifiuto può riprodursi per mesi, anni, o una vita intera.

La coppia integrata

Lo spazio della coppia non invade i territori personali, nutre la relazione e le singole identità in maniera equilibrata e rispondente ai reali bisogni di entrambi i partner. La distanza è funzionale ad un rapporto equilibrato, i confini sono flessibili e adatti alla negoziazione degli spazi reciproci e condivisi.

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[Illustrazione\Psiche di Bebbe Giacobbe]

Questi tre modi di funzionare non sono statici ma possono essere considerati come fasi cicliche che periodicamente la coppia attraversa. In alcune coppie la relazione può ruotare a intervalli con alta frequenza, in altre può rimanere relativamente fisso per lunghi periodi. Il bloccarsi su una modalità distaccata o fusionale per tanto tempo può essere fonte di malessere, può portare ad una crisi più o meno importante del rapporto, alla sua rottura, allo sviluppo di un sintomo per tenere unita la coppia o al coinvolgimento di una terza persona nella dinamica relazionale, un figlio, una figlia, un famigliare o un amante.

Quando la mappa diventa troppo rigida, attraverso un processo di consapevolezza, si può imparare a distaccare e ridefinire gli spazi fisici ed emotivi, disegnando una nuova geografia della relazione che offra un adeguato spazio di autonomia e differenziazione ad entrambi, in cui coltivare passioni e interessi individuali, riuscendo anche a vivere spazi condivisi che coinvolgano la coppia in attività e momenti rivitalizzanti, per riscoprirsi e reinventarsi. Contemporaneamente, quindi, va definito un luogo sicuro per la relazione, capace di accogliere le differenze, le tensioni e le conflittualità che possono naturalmente sprigionarsi quando l’identità dei singoli inizia ad avere uno spazio di espressione sufficientemente differenziato.

Prima di scappare nell’illusione che si conosca ormai tutto dell’altra o dell’altro e che non si abbia più nulla da dare e ricevere, si può provare a rivedere la mappa della relazione, riprendere gli spazi personali reciproci e condividere questo processo nella coppia, scoprendo di avere ancora tanto da esplorare. Il tango argentino può essere, per esempio, una buona terapia di coppia per imparare a comprendere e gestire le dinamiche legate a spazi, distanze e confini. aldo-sessa-tango

Si dovrebbe imparare a stare abbastanza vicini per mantenere saldo il legame e abbastanza lontani per mantenere integra la propria coerenza identitaria.

Rimane pur sempre la grande possibilità di scoprire che ci si può lasciare senza rischiare di svuotare il proprio spazio.

Amatevi reciprocamente, ma non fate dell’amore un laccio:

lasciate piuttosto che vi sia un mare in moto tra le sponde delle vostre anime.

Cantate e danzate e siate gioiosi insieme, ma che ognuno di voi resti solo,

così come le corde di un liuto son sole benché vibrino della stessa musica.

Datevi il cuore, ma l’uno non sia in custodia dell’altro.

Poiché soltanto la mano della Vita può contenere entrambi i cuori.

E restate uniti, benché non troppo vicini insieme:

poiché le colonne del tempio restano tra loro distanti,

e la quercia e il cipresso non crescono l’una all’ombra dell’altro.

K. Gibran

Famiglie a Tre

Nell’immaginario collettivo figli unici e figlie uniche vengono dipinti e dipinte per vizi, egoismo, isolamento e disadattamento. Andando oltre gli stereotipi le loro famiglie raccontano molto di più sul nido di relazioni che si intrecciano attorno a quell’Unico, tanto amato e conteso.

  Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo

 (Leone Tolstoj)

Io bimbo non adulto

Il progressivo calo demografico che ha caratterizzato l’assetto sociale degli ultimi decenni, in Italia in particolare, ha lentamente prodotto una trasformazione della famiglia riscontrando una tendenza delle giovani coppie a scegliere di orientarsi verso un unico figlio o un’unica figlia. Un articolo pubblicato recentemente su La Repubblica riporta alcune statistiche secondo le quali oltre il 46% delle famiglie italiane è costituito da un nucleo di tre componenti.
La condizione di figlia e figlio unico è tipica di bambini e bambine che crescono senza fratelli o sorelle e che, per questo motivo, possono sviluppare specifiche dinamiche a livello di personalità e a livello familiare.
Il fatto di vivere esclusivamente con figure adulte può attivare un processo di adultizzazione che porta il figlio unico e la figlia unica ad assumere precocemente ruoli adulti, con un carico di impegni e preoccupazioni inadeguati per la fase del ciclo di vita e per il ruolo occupato all’interno della famiglia. L’attribuzione del potere genitoriale può funzionare solo in casi particolari, esclusivamente se la delega dell’autorità al figlio o alla figlia viene esplicitata e se sono condivise e dichiarate le motivazioni e i compiti che derivano da tale delega. Per esempio, se la madre o il padre hanno temporaneamente un impedimento ad esercitare alcune attività familiari può essere chiesto al figlio o alla figlia di occuparsene, compatibilmente con le risorse che ha a disposizione, in base all’età e alle capacità, in maniera chiara, circoscritta e contestualizzata. Una famiglia può incontrare invece difficoltà se la delega dell’autorità non è esplicita o se i genitori abdicano al loro ruolo lasciando che il figlio o la figlia diventino la fonte principale di guida, controllo e decisioni. In questi casi le richieste possono scontrarsi con i bisogni propri dell’età e oltrepassare le capacità di sostenerle.
Le famiglie a Tre sono particolarmente sensibili a queste dinamiche, il confrontarsi dei figli prevalentemente con figure adulte può rendere i confini tra il sistema genitoriale e quello figliale poco chiari, determinando una comunicazione e una negoziazione delle regole di vita da pari a pari, privando il figlio o la figlia del contenimento e delle sicurezza offerti dall’esercizio del potere e dell’autorevolezza genitoriale.
I figli unici adultizzati generalmente crescono con un grande senso di responsabilità, tendono a controllare che tutto sia a posto, sono timidi e rispettosi, a scuola collaborano per il rispetto delle regole, giocano con ordine e lealtà. Questo comportamento maturo e serio risulta apprezzabile ed è fonte di gratificazione, soprattutto per parenti e insegnanti, ma può trarre in inganno perchè rischia di nascondere una forte paura di sbagliare, di deludere le aspettative altrui, ma anche dipendenza, insicurezza e bassa autostima. Il senso di sicurezza viene sperimentato infatti soltanto nell’ambiente familiare, considerato come luogo protetto rispetto al mondo esterno pieno di situazioni incerte e pericoli.
Il figlio unico e la figlia unica socializzano prevalentemente attorno agli adulti, trascorrono la maggior parte del tempo con i genitori, i parenti e gli amici dei genitori, imparando ad imitarne le abilità e i modelli comportamentali. Intrattenendo più relazioni con i genitori che con il gruppo dei pari, sviluppano maggiormente relazioni in linea verticale che orizzontale. Le relazioni che il figlio unico stabilisce all’interno della sua famiglia, saranno sempre con una figura adulta: madre-bambino/a, padre-bambino/a, madre-padre-bambino/a. Il figlio unico non vive quindi l’esperienza di assistere all’interazione tra il proprio genitore e un altro bambino o un’altra bambina, che sia suo fratello o sorella, quindi non può essere osservatore e giudice di un’interazione di cui necessita per la crescita: l’osservare, ad esempio, il comportamento irrazionale di un fratello che commette uno sbaglio produce “effetti liberatori” rispetto allo schema perfezionistico assunto dagli adulti con comportamenti coerenti e logici.
Essendo il figlio unico e la figlia unici esponenti esclusivi del sottosistema figliale non possono sperimentare l’appartenenza al sistema di fratelli e sorelle, è pertanto ridotta per loro l’opportunità di imparare a collaborare, a competere, a schivar o a cedere, a esprimere l’aggressività, a vincere o a perdere un’alleanza e acquisire altre capacità di vita con i propri coetanei (Minuchin, 1976).
Murray Bowen, una delle figure più importanti della terapia familiare e relazionale, parla di sistema emozionale familiare “triangolare” che comprende la madre, il padre e il figlio o la figlia: attorno a lui o lei i genitori creano un “triangolo emozionale”. Quando nella coppia si crea una forte tensione emotiva (ansia, conflittualità) che supera una certa soglia, viene spostata sul figlio o sulla figlia rendendo la tensione più sopportabile perchè distribuita su tre anzichè su due, ma spesso il carico che si prende il figlio è troppo pesante, il suo sacrificio per la tranquillità e per l’equilibrio familiare può divenire con il tempo fonte di disagio. Per salvare la coppia conflittuale ed evitare che emerga un conflitto latente il figlio o la figlia coinvolti nel triangolo possono acquistare infatti la posizione cronica di parafulmine arrivando in alcuni casi a sviluppare segni di malessere.
Risulta quindi fondamentale tenere il figlio o la figlia sufficientemente protetti da problematiche della coppia o dell’età adulta, creare occasioni extrafamiliari in cui possano sperimentare relazioni tra pari fuori e dentro casa, facendo per esempio partecipare coetanei (parenti, amici, amiche) alla vita familiare. In questo modo il figlio unico avrà la possibilità di sviluppare la sua socialità, costruire e dare un senso a legami anche al di fuori dei rapporti familiari, sviluppare sicurezza e autonomia, strutturare in modo armonico la sua personalità e differenziare il proprio sé.

Famiglie a Tre

NotaDel genere e della famiglia
Nella grammatica psicologica italiana è estremamente radicato l’utilizzo inclusivo del maschile per indicare sia uomini che donne. Così nei trattati di psicologia dell’infanzia e della famiglia sistematicamente figlia e figlio diventano “Il figlio”, bambina e bambino diventano “Il bambino”. In questo articolo, in favore della ridondanza ma non in tutti i casi, si è cercato di sperimentare un linguaggio il più possibile inclusivo di entrambi i generi.
Con la consapevolezza del pericolo della semplificazione, invece, per i ruoli genitoriali si è scelto di utilizzare un linguaggio riconducibile alla famiglia composta dal padre e dalla madre. Si invitano i lettori e le lettrici a considerare la famiglia come unità affettiva fondata non sulla biologia o sulla legge ma sulla genitorialità, assunta con responsabilità e impegno quotidiano nella cura e nell’educazione, da coppie eterosessuali, omosessuali, monogenitoriali, ricostituite.

Bibliografia e sitografia

Bowen M., 1978, Family thepapy in clinical practice, New York, Jason Aronson, in BYRD Barbara – DE ROSA Arnold –CRAIG Stephen, The Adult Who is an Only Child: Achieving Separation or Individuation, in Psychological Reports 38(1993)73, 171.
Bowen M., 1979, Dalla famiglia all’individuo. Casa Editrice Astrolabio
Minuchin S., 1976, Famiglie e terapia della famiglia. Casa Editrice Astrolabio
Pitkeathkey J. Emerson D., 2011 The Only Child: How to Survive Being One. Souvenir Press
http://www.opsonline.it
http://www.famigliearcobaleno.org