Dalla maternità surrogata al progetto procreativo relazionale

Polaroid Photos of an Newborn Infant and Pregnancy Shots Hanging on a Rope With Clothespins

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La maternità surrogata è un tema molto delicato di cui si è ampiamente parlato nell’ambito dibattito pubblico durante il periodo di approvazione della legge sulle unioni civili, compiendo talvolta l’errore grossolano di confonderlo con l’istituto della stepchild adoption* . La maternità per surrogazione ha generato dei posizionamenti molto netti, ma, data la sua complessità, schierarsi per un SI o per un No è sicuramente poco utile alla comprensione di tutti gli aspetti coinvolti sul piano etico, socio-politico, economico e psicologico.
Il fenomeno è conosciuto da tempo, in passato avveniva nel silenzio e si realizzava prevalentemente nell’ambito dei rapporti interpersonali, ricorrendo, per esempio, all’aiuto di una sorella che metteva a disposizione 9 mesi della sua vita per permettere all’altra di realizzare il proprio desiderio di maternità, ma ancora nessuno poteva incidere sulla libertà di procreare.

Oggi assume connotazioni molto diverse. Con l’aiuto della medicina, e soprattutto con l’avvento delle nuove tecnologie, questa pratica è diventata un fenomeno pubblico e la giurisprudenza ha iniziato a interrogarsi sulla sua disciplina. In molti paesi, come in Italia, è vietata, in alcuni non è disciplinata, in altri è invece regolamentata con leggi specifiche che definiscono vincoli e modalità.

La maternità surrogata o per sostituzione, detta anche gestazione per altri o gestazione d’appoggio – la stessa scelta delle parole denota la complessità della questione – può essere totale o parziale. Nel primo caso la donna non ha alcun rapporto genetico con l’embrione che crescerà ma mette a disposizione solo il proprio corpo per la gestazione; nel secondo caso anche gli ovuli.
Lo scopo della surrogazione può essere economico o di solidarietà. I motivi possono essere diversi:
– Incapacità gestazionale (infertilità, sterilità)
– Coppie same-sex
– Malattia della madre tale per cui una gravidanza potrebbe aggravare lo stato di salute
– Donna che non vuole modificare il proprio corpo (aspetto più teorico e meno riscontrabile nella realtà).

Il dibattito sulla maternità surrogata si concentra principalmente sulle seguenti obiezioni:
– Un terzo viene intromesso nei rapporti di coppia (in senso dispregiativo), violando il patto di fedeltà e mettendo a rischio l’unione familiare (questa obiezione è caduta in disuso).
– Violazione della dignità della donna considerata strumento dei desideri altrui.
– Sfruttamento della donna surrogata: danno a carico di una donna più forte per il desiderio delle donne che vivono in situazioni disagiate
– Il legame madre-bambino/a viene reciso alla nascita
– Costi elevati.

Non essendo questo il contesto per affrontare tutti gli aspetti legati alle obiezioni appena riportate, ci si limiterà a proporre delle riflessioni sulle dinamiche relazionali che si creano tra le figure coinvolte nel processo di surrogazione.

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Fotogramma Film “La Balia” di Marco Bellocchio del 1999

Prima di prendere qualsiasi posizione è necessario porsi alcune domande.

Chi è la madre? Madre genetica e madre sociale possono essere diverse?
Che tipo di legami familiari si vengono a creare tra la madre genetica, il figlio o la figlia, e i genitori sociali?

Nell’esperienza della madre biologica e/o genetica manca il desiderio di maternità, è assente il progetto, il pensare il figlio dopo la nascita: la donna sa già che genererà un figlio non per se stessa ma per altri.
La madre genetica può per certi aspetti essere paragonata al padre, che per ragioni biologiche non porta il figlio nel suo grembo ma ne diviene a pieno diritto genitore. La genitorialità infatti inizia molto prima della gestazione e sono diversi gli elementi che concorrono nel definire la scelta di dare vita ad un figlio, potenzialmente descrivibili in fasi, che vanno dalla sperimentazione del desiderio genitoriale fino alla definizione e appropriazione del ruolo genitoriale.
I genitori all’interno di una coppia o il singolo genitore che sceglie di dar vita ad un figlio senza partner, desiderano, accolgono, pensano, progettano la propria vita, con un impegno – personale, emotivo, economico. Tale progettualità è in grado di creare, accanto a quel luogo corporeo nel quale prenderà vita il feto, uno spazio affettivo, un nido simbolico, che predispone all’accoglienza del figlio creando le radici del legame molto prima della nascita.
Da un punto di vista relazionale è fondamentale considerare il sistema all’interno del quale il bambino viene pensato e generato. Un sistema che va ampliato e allargato nella sua rappresentazione e configurazione, come accade nelle famiglie ricomposte.
La madre surrogata partecipa al processo procreativo senza assumere l’identità genitoriale che ne fa il “proprio” figlio o la “propria “figlia”. I genitori intenzionali partecipano pienamente alla relazione con il figlio attraverso la madre surrogata. L’attaccamento della madre verso il feto è multidimensionale e chiama in causa aspetti diversi per la gestante e per i genitori intenzionali, nel primo caso infatti l’attaccamento subisce un processo diverso perché manca la preoccupazione per il futuro del feto, proiettata sui genitori intenzionali, autori del progetto procreativo.
Il riferimento alla madre surrogata, la cui presenza può essere reale o simbolica, che in termini giuridici si configura nel diritto alle origini, permette la legittimazione di una memoria biologica, quell’esperienza primordiale del feto all’interno dell’utero che va riconosciuta e valorizzata nei racconti della sua nascita, negandola e recidendola si rischia di creare un tabù, un segreto, un vuoto narrativo nello sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale. Non va sottovalutato infatti l’impatto dell’espressione emotiva non verbale, che passa attraverso il silenzio rivelatore e linguaggio del corpo, i non detti hanno spesso un potere maggiore delle parole.
È di grande importanza riconoscere nella storia familiare la figura della madre surrogata e inserirla nella rappresentazioni genealogiche attraverso fiabe e metafore che progressivamente si arricchiscono di informazioni sempre più comprensibili al figlio in base all’età.
Il ritratto familiare che viene così dipinto non differisce da quello che si realizzava quando i bambini venivano dati a balia alla nascita o da quello che prende vita dalle famiglie che attraversano una ricostituzione, in seguito a separazioni e ricomposizioni. La crescita e lo sviluppo richiedono relazioni affettive di qualità, senso di appartenenza, cura dei legami.

Ci sono due lasciti durevoli che possiamo dare ai nostri figli e alle nostre figlie. Uno sono le radici. L’altro sono le ali.
Hodding Carte

Note

  • La stepchild adoption è il meccanismo che permette ad uno dei membri di una coppia di essere riconosciuto come genitore del figlio, biologico o adottivo, del compagno o della compagna.
  •  Quando si parla di coppia si fa riferimento all’unione di due persone di sesso diverso o dello stesso sesso che intrattengono una relazione, sia essa di fatto o legalmente riconosciuta dall’istituto delle unioni civili o del matrimonio. Attualmente il 90% delle coppie che ricorre alla surrogazione è eterosessuale.
  • L’uso alternato al maschile e al femminile dei termini figlio e figlia è stato scelto esclusivamente per motivi di praticità linguistica.

L’articolo nasce da riflessioni e appunti di viaggio presi durante la II edizione dell’International Summer School on Gender Studies 2016 – Le nuove frontiere del diritto e della politica. Questioni LGBT – UNIMC Università di Macerata

Note bibliografiche
Corti I., 2000. La maternità per sostituzione. Giuffrè
Ferrari F., 2015. La Famiglia Inattesa. I genitori omosessuali e i loro figli. Mimesis. Frontiere della psiche.
Gambini P., 2007. Psicologia della Famiglia. La prospettiva sistemico-relazionale. Milano, Franco Angeli

 

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Essere fertili non vuol dire diventare madri!

Il mio ruolo procreativo non ha trovato spazio nella mia vita e per questo sono spesso tagliata fuori dai discorsi sui pannolini, l’asilo, le pappe. Il mio orologio biologico non ha una sveglia, non ne vuole proprio sapere di suonare e ricordarmi che è arrivato il momento che anche io entri nel club delle mamme.

Oggi però  ci pensa il Ministero della Salute a sostituirsi al mio corpo e farmi da sveglia, vuole avvisarmi che sono indietro, incompiuta, poco devota alla sopravvivenza della specie umana!

Ancora una volta è necessario ribadire con forza che la maternità non è un percorso obbligato. Il ruolo procreativo non trova spazio nella vita di tutte le donne, l’orologio biologico non suona necessariamente per tutte. Quell’istinto materno così bramato e rivendicato potrebbe non farsi mai sentire durante l’esistenza, senza andare per questo ad intaccare l’identità e la possibilità di una piena realizzazione personale e sociale. Tante  sono infatti le strade e le modalità per definirsi, costruirsi, viversi nella propria completezza.

Quando una donna sceglie di non avere figli/e viene giudicata, la sua scelta viene letta e pesata come una esautorazione da un compito quasi obbligato, “ha preferito la carriera ai figli, al suo ruolo di madre, la vita lavorativa a discapito di quella personale”, si, per molte e da una prima lettura può essere visto in questo modo ma possiamo pensare che ci sia dell’altro, che quel preferire la carriera non sia una rinuncia, uno scarto, ma un’azione consapevole fondata sul proprio desiderio di sviluppo personale, di far emergere talenti, valori, potenzialità.

Eppure ancora oggi permane una forte pressione a misurare i fatti della vita secondo una serie di tappe precostituite che vedono fondamentale nella vita femminile il momento della creazione e che sembrano rendere inscindibile la cosiddetta “femminilità” dalla generatività.

Secondo l’ISTAT tra le donne nate nel 1970 il 20% non avrà figli/e alla fine del percorso riproduttivo, contro il 13% per le generazioni del 1960 e del 1940. La maternità non rappresenta più una dimensione fondamentale nella costruzione dell’identità, e, spesso, il bisogno di diventare madri è il risultato di aspettative e pressioni sociali e familiari che continuano a rinforzare quell’immaginario di femminilità che lega indissolubilmente la donna al materno. Molte donne non desiderano diventare madri ma avere una gravidanza, bramano quell’esperienza del corpo e del possesso di un figlio proprio, ma probabilmente la loro vita avrebbe funzionato anche senza un figlio.  Altre volte il desiderio è dissociato dall’esperienza procreativa e si trasforma in disponibilità all’adozione, dando priorità alla volontà di crescere un figlio o una figlia.

Il mio istinto è molto preciso nel merito: un figlio non lo voglio. I miei amici, quando mi vedono coi bambini, dicono che sarei una madre bravissima. Ma io non credo. I bambini mi piacciono, ma a piccole dosi. Se ci fosse una telecamera dell’anima che proiettasse su uno schermo quello che provo quando vedo un bambino che fa i capricci… non si può dire. Mi sento un mostro, solo a pensarlo. Trovo che il pianto isterico di un bambino sia la cosa meno tollerabile del mondo.” Alessia

Nella specie umana l’istinto materno non è biologicamente determinato ma è il risultato di una complessa interazione tra fattori corporei, psicologici, culturali e sociali.  Il fatto che le donne siano predisposte biologicamente alla procreazione non implica che lo siano anche  al desiderio di maternità e all’esercizio del ruolo materno, un vestito socialmente e culturalmente costruito che si modella alla persona che sceglie di indossarlo. Conoscenze, competenze, comportamenti, atteggiamenti definiscono il ruolo di cura, sia esso materno o paterno, ma si sviluppano nel corso della vita e dell’esperienza attraverso  processi di apprendimento.

Essere fertili non implica obbligatoriamente diventare madri, essere donne non significa avere istinto materno, il corpo e la sua sessualità sono due condizioni che possono incrociarsi per produrre una nascita, ma anche convivere serenamente lontano dalla riproduzione.

Non ho nessun desiderio di procreare eppure sono in cerca dell’amore . Procreazione. Una super-rifinita sala da pranzo stile Queen Ann a prezzo stracciato. Legno vero. È questo che voglio? La famiglia modello, due più due nel kit di montaggio di una comoda casetta. Non voglio il modellino, voglio l’originale in dimensioni reali. Non voglio riprodurmi, voglio fare qualcosa di completamente nuovo.

Jeanette Winterson, Scritto sul corpo

 

Alcune letture ispiratrici

Cirant E., Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte

De Beauvoir S.. Il Secondo Sesso

Di Pietro A., Tavella P., Madri selvagge, contro la tecnorapina del corpo femminile.

 

Cosa è la psicoterapia sistemico relazionale?

Immaginiamo che in ogni famiglia esista un filo rosso che tiene  uniti tutti i suoi componenti. Ogni membro regge un punto preciso e rappresenta un nodo della connessione, con i suoi movimenti influenza quelli degli altri, i quali, lo influenzano a loro volta, senza che vi sia un inizio o una fine, dando vita ad una grande danza. In una famiglia che sta bene il movimento è flessibile e fluido, può andare incontro a tensioni in momenti particolarmente difficili e in fasi critiche per la vita di uno o più membri, per poi ritrovare la sua armonia. In alcuni casi la tensione può rendere rigidi alcuni segmenti del filo e convogliarsi su un particolare nodo, o membro della famiglia, che si fa carico di quella energia bloccata che non riesce più a fluire. Il blocco si può osservare nella comunicazione tra i membri, quando diventa conflittuale o quando si evitano certi argomenti, oppure si manifesta con uno o più sintomi.

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La terapia sistemico relazionale si concentra sulla dimensione relazionale e intersoggettiva della sofferenza psichica, il comportamento sintomatico viene considerato solo la parte di una danza più ampia e ricorrente che coinvolge tutti i componenti della famiglia e che assume un significato simbolico per l’intero sistema.

Si abbandona la spiegazione lineare causa effetto (che vede la biologia o un trauma passato all’origine malattia) per passare ad una visione circolare e complessa, in cui tutti i comportamenti e le relazioni delle persone che appartengono ad un sistema familiare sono connessi producendo cause ed effetti reciproci.

Quando può rivelarsi utile?

L’approccio sistemico-relazionale è consigliato quando le persone sentono di avere delle difficoltà nelle relazioni per loro significative nel contesto familiare (coppia, genitori, figli, famiglia allargata), lavorativo, amicale e in momenti della vita particolarmente difficili da gestire e/o dolorosi (perdita di un familiare, separazioni, divorzi, svincolo di un/a figlio/a, ricomposizioni familiari).

Permette di leggere alcuni eventi e situazioni in modo differente sperimentando diversi punti di vista e costruendo nuovi significati per le difficoltà personali e/o familiari. Il lavoro psicoterapeutico non è dunque prettamente rivolto al trattamento del sintomo presentato ma alle situazioni relazionali dalle quali quel sintomo ha preso forma per segnalare la presenza di un cortocircuito, spesso invisibile agli occhi dei/delle protagonisti/e della scena vissuta.

Si fa solo con la famiglia?

No, nella psicoterapia sistemico relazionale il/la terapeuta lavora con la famiglia, con la coppia o con il singolo in base a ciò che è più utile per la specifica situazione presentata, tenendo conto della fase del ciclo di vita, del problema evolutivo e della difficoltà che sta attraversando in quel preciso momento la persona che chiede aiuto.

L’intervento terapeutico con la famiglia :

  • Si basa sull’osservazione delle modalità di relazione tra la persona che chiede aiuto e la sua famiglia, sulla qualità della comunicazione, sulla posizione e composizione della famiglia rispetto al suo ciclo evolutivo e sui confini intergenerazionali.
  • Mira a modificare e rendere più flessibili quei modelli disfunzionali presenti nel contesto entro il quale il disagio è emerso, riattivando un percorso evolutivo paralizzato.
  • Attraverso un processo di co – costruzione tra terapeuta ed individuo/famiglia, stimola le risorse nascoste dal malessere, rinforzando sia il funzionamento individuale sia quello familiare
  • Permette di sperimentare nuove possibilità, nuove modalità di comunicazione, nuovi modi di vedersi e di vedere l’altro, nuovi progetti di vita.

Nella Terapia individuale sistemica gli incontri prevedono dei colloqui con la persona che chiede aiuto, la quale, pur essendo sola nella stanza di terapia, porta con sé tutte le relazioni significative che animano la sua vita nel presente, nel passato e nell’ipotetico futuro. L’attenzione è riposta contemporaneamente sulla dimensione relazionale e su pensieri, emozioni, storie e vissuti legati alla dimensione individuale.

 

Le storie di famiglia possono intrecciarsi in modo tanto profondo che ciò che è accaduto generazioni prima può avere conseguenze su dettagli apparentemente irrilevanti nel presente. Il passato è tutto tranne che concluso.

“La bastarda di Istanbul “, Elif Shafak

 

 

[Fotografia Spettacolo Rossophilia – compagnia Lost Movement Milano]

Vivere con l’Alopecia – Convegno Nazionale

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ASAA ONLUS –Associazione Sostegno Alopecia Areata organizza il convegno nazionale Vivere con l’Alopecia. L’evento vuole essere un’occasione di informazione e sensibilizzazione rivolto all’intera collettività, con lo scopo di aprire un dialogo e un confronto multidisciplinare sul tema dell’Alopecia Areata, che integri il punto di vista di tutte le professionalità coinvolte nello studio, nella ricerca e nell’offerta di servizi rivolti a sostenere chi convive con la patologia. Un’esperienza che permetta di creare uno spazio di integrazione tra medicina, psicologia, sociologia, arte, estetica ed esperienze, e di aprire contemporaneamente un tavolo di confronto con tutti i soggetti che a vario titolo possono essere coinvolti nel miglioramento della qualità della vita delle persone che vivono con l’A.A. e le loro famiglie.

L’evento è realizzato in collaborazione con l’Istituto G. Gaslini, le associazioni ANAA – Associazione Nazionale Alopecia Areata e Area Celsi (Fasano – Puglia), con il patrocinio del Comune di Genova, della Provincia di Genova e della Regione Liguria, di FNOMCeO, Federazione itliana medici, di Aida- Associazione Dermatologi Ambulatoriali, dell’Ordine Nazionale psicologi e dell’Ordine Psicologi Liguria.

Si ringraziano per la compartecipazione e il contributo la New Line Express (Marano vicentino), Crazy Hair (Genova), Toupets scandicci (Firenze), La Volpe Scalza (Torino), Capelli Liberi, La Bottega della Parrucca (Pescara).

La partecipazione al convegno è gratuita.
Si richiede di inviare apposito modulo di iscrizione entro il 27 aprile 2016 a presidenza@sosalopeciaareata.org  – scarica qui il  MODULO_DI_PARTECIPAZIONE_CONVEGNO

PROGRAMMA INTERVENTI

Sessione della mattina

h. 10.00 Registrazione partecipanti
h. 10.30 Apertura dei lavori e presentazione della giornata
Modera gli interventi Donata Bonometti – giornalista.
h. 10.40 Patogenesi Clinica dell’AA e Alopecia Areata nell’età dello sviluppo Dott.ssa Manunza e Dott. Occella – Ambulatorio dedicato ai pazienti affetti da Alopecia Areata
h. 11.10 Alopecia e stress: un rapporto circolare e complesso Dott.ssa Francesca Fadda – presidente ASAA ONLUS, psicologa e psicoterapeuta sistemico relazionale in formazione.
h. 11.30 Trattamento dell’alopecia con liposomi cationi Prof. Brotzu Giovanni
h. 11.50 Crescere con l’alopecia: da evento critico a risorsa per tutta la famiglia Dott.ssa Alessandra Sbarra – referente progetto Famiglie&Minori ASAA ONLUS, psicologa e psicoterapeuta sistemico relazionale.
h. 12.10. Indagine epidemiologica sull’A.A. in Italia Dott. Rizza – Coordinatore scientifico ANAA
h. 12.30 Domande del pubblico sugli interventi della mattinata
h. 13.00 Chiusura dei lavori della prima parte del convegno

PAUSA PRANZO

Sessione pomeridiana

h. 14.30 Apertura dei lavori
h. 14.45 Ribalta e retroscena. L’Alopecia come patologia dell’interazione sociale Marta Bianco – autrice del libro A Testa Scalza, la capigliatura tra presenze e assenze.
h. 15.00 Immagini di bellezza femminile nell’arte Silvia Moretta – Critica d’arte e curatrice d’arte indipendente
h. 15.15 L’impiego della Dermopigmentazione nell’Alopecia Ennio Orsini – Deco Studio Sulmona (AQ)
h. 15.45 Auto Mutuo Aiuto: dai social network agli incontri dal vivo – Viviana Baratto, Voce Amica ASAA Onlus
h. 16. 00 Presentazione del libro Non avrai il mio shampo con l’autrice Barbara Solinas
h. 16:15 Presentazione Make up Space
h. 16.30 Domande del pubblico sugli interventi del pomeriggio
h. 17.00 Chiusura dei lavori

Durante la giornata saranno offerti i seguenti servizi:
– Ma cosa mi sono messa in testa?: idee per il nuovo look ed informazioni su come scegliere un prodotto di qualità al giusto prezzo. Desk informativo e consulenze a cura di Gloriana Ronda, titolare di Crazy Hair Genova.

– Make Up Space – postazione trucco in cui verranno offerte gratuitamente consulenze di trucco personalizzato per scoprire come valorizzare il proprio volto passo dopo passo. A cura di Alessia Tadolini, make up artist

– Baby Space per bambini e bambine, attivo al mattino dalle 10 alle 13 e al pomeriggio dalle 14.30 alle 17.30 a cura di animatori professionisti e volontari/volontarie ASAA.

Informazioni e contatti
Segreteria Organizzativa
Francesca Fadda 3472114917
presidenza@sosalopeciaareata.org

Pagina FB: ASAA Alopecia Areata
Web: www.sosalopeciaareata.org