Love Ability – Giornata di studi su sessualità e disabilità

11 Marzo 2017 – ore 10.30/17.00
SEARCH – Sede Espositiva Archivio Storico
Largo Carlo Felice, 2 – Cagliari

Accesso senza barriere
INFO POINT Comune di Cagliari Via Roma, 145
Ascensore Ufficio Sorveglianza

La dimensione relazionale, affettiva e sessuale rappresenta un’area fondamentale del potenziale umano che non può essere esclusa in presenza di una disabilità ma sostenuta e valorizzata in ogni fase del ciclo di vita.
Di sessualità e disabilità si parla tanto ma raramente i due temi vengono affrontati insieme e con un approccio intersezionale. Salvo alcune esperienze frammentarie, che vedono coinvolti attivisti e operatori del settore, infatti, l’esistenza della sessualità per persone con disabilità viene prevalentemente trascurata, negata e sedata.
Love Ability vuole essere un momento di riflessione condivisa e occasione di costruzione di un percorso culturale che coinvolga professionisti, associazioni e familiari al fine di garantire piena cittadinanza alla dimensione affettiva e sessuale delle persone con disabilità.

La giornata di studi si svolge all’interno del V-Art Festival Internazionale Immagine d’Autore, è promossa dall’Associazione culturale LABOR in collaborazione con La Formica Viola, UNICA 2.0 e UNICA LGBT e si rivolge a professionisti e professioniste, studenti e studentesse, familiari e chiunque possa essere interessato/a alla tematica trattata.

La partecipazione è libera e gratuita, per facilitare l’organizzazione dell’evento si richiede una preiscrizione via email a laformicaviola@gmail.com possibilmente entro l’8 marzo 2017.

Organizzazione:
Labor – La Formica Viola – Associazione di promozione sociale (Cagliari, Pescara)
Francesca Fadda cell. 3472114917
laformicaviola@gmail.com
http://www.laformicaviola.com

 

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PROGRAMMA

MATTINA – Ore 10.30 Registrazione partecipanti

Apertura dei lavori e presentazione giornata
Francesca Fadda – psicologa, psicoterapeuta, associazione La Formica Viola

Saluto delle Associazioni
Giovanni Coda – Presidente LABOR e direttore del V-Art Festival
Ludovica Pili – Unica 2.0
Paolo Usai – Unica LGBT

Modera Maria Rosaria D’Andrea

Presentazione e proiezione video “Insieme si può tutto”
Shawn Serra – speaker radiofonico a Radio In e fondatore di OLTRE

Sesso e disabilità: tabù e pregiudizi da superare – in videoconferenza
Priscilla Berardi – medico, psicoterapeuta, sessuologa

Il corpo sente – sessualità e sordità
Davide Silvestri – psicologo, psicosessuologo in formazione, associazione La Formica Viola

Il ruolo della famiglia nell’educazione alla sessualità e all’affettività
Pierangelo Cappai – presidente associazione Diversamente

Educare all’affettività e alla sessualità nei disturbi dello spettro autistico
Marco Pontis – pedagogista, responsabile progetto CTR Nuove Abilità – CTR onlus

Ore 13.00 Pausa pranzo

POMERIGGIO Ore 14.30 Ripresa dei lavori

Movimento LoveGiver e figura dell’Assistente sessuale – in videoconferenza

Fabrizio Quattrini – Psicologo, psicoterapeuta, sessuologo, Presidente dell’Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica di Roma
Max Ulivieri – Presidente del “Comitato per l’assistenza sessuale alle persone con disabilità”

Dibattito

Ore 17.00 chiusura lavori

*Il programma potrebbe subire delle variazioni

 

Educare alla sessualità – laboratorio per genitori

Educare alla sessualità
“L’amore è carte da decifrare” Ivano Fossati

Venerdì 25 novembre h. 16.30 – 18.30 – Biblioteca Comunale Dolianova
partecipazione GRATUITA
Prenotazione obbligatoria entro il 22 novembre: email laformicaviola@gmail.com – cell. 3472114917

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Per i genitori di oggi l’educazione è diventata una sfida affascinante e complessa che se da un lato pone di fronte ai profondi mutamenti sociali che rendono i figli e le figlie così diversi e spesso difficili da decifrare rispetto al passato, dall’altra mantiene inalterato il privilegio di accoglierli e accompagnarli in quel percorso di scoperta tanto avventuroso da rendere unico e irripetibile il viaggio della vita, in ogni sua tappa.

Nell’educare all’affettività e alla sessualità il recupero delle esperienze del passato e dei propri modelli educativi non sempre risulta sufficiente ed efficace. Se è vero infatti che la sessualità dei bambini e delle bambine di oggi è per certi aspetti uguale a quella degli adulti alla loro età, non possiamo trascurare che il clima sociale ed educativo, in cui un tempo gli adulti sono cresciuti, li rendeva meno precoci e spigliati, anche nel mostrare curiosità ed esprimere il bisogno di conoscenza. In questo momento storico si può certamente parlare con maggiore libertà di sessualità, soprattutto per la possibilità di accedere con grande rapidità e facilità a informazioni ed esperienze attraverso le nuove tecnologie e i social, ed è proprio accanto a queste reti di informazione che i genitori possono imparare a porsi per dialogare ancora più apertamente con i propri figlie e le proprie figlie.

Finalità
Il laboratorio si propone di accompagnare i genitori nella costruzione di nuovi strumenti di riflessione e comunicazione con i propri figli e le proprie figlie, sviluppando un approccio olistico e positivo verso la sessualità, considerata come una dimensione globale della personalità che, insieme a quella affettiva, cognitiva e sociale, concorre a formare la soggettività e il pieno sviluppo personale e relazionale.

Obiettivi
– Sviluppare una visione olistica della sessualità
– Prendere consapevolezza dell’influenza dei propri modelli relativi alla sessualità nel comunicare con i/le figli/figlie
– Sperimentare e sviluppare modalità di comunicazione genitori-figli/e adeguate all’età
– Migliorare la capacità e la disponibilità all’ascolto dei bisogni conoscitivi dei bambini e delle bambine in relazione all’affettività e alla sessualità.

Metodologia
Il laboratorio si realizza in un incontro della durata due ore con il coinvolgimento dei/delle partecipanti in attività ludico-Esperienziali, lettura di libri e momenti di riflessione e condivisione.

Destinatari/e
Genitori (in coppia o singolarmente) di qualsiasi età accomunati dal bisogno di confrontarsi sull’educazione alla sessualità e all’affettività. Numero minimo di partecipanti 6, numero massimo 20. Fascia d’età figli/e: 4 – 10 anni.

Conduttrici
Francesca Fadda psicologa e psicoterapeuta sistemico relazionale e familiare, co-fondatrice dell’associazione La Formica Viola con la quale promuove progetti sull’educazione alle differenze e all’affettività.
Roberta Spiga psicologa dell’età evolutiva e psicoterapeuta da oltre dieci anni si occupa dello studio e della cura di bambini e adolescenti. Insegna in un liceo pscicopedagogico e collabora con enti pubblici e privati nel campo della prevenzione e della riabilitazione.

Dalla maternità surrogata al progetto procreativo relazionale

Polaroid Photos of an Newborn Infant and Pregnancy Shots Hanging on a Rope With Clothespins

Polaroid Photos of an Newborn Infant and Pregnancy Shots Hanging on a Rope With Clothespins

La maternità surrogata è un tema molto delicato di cui si è ampiamente parlato nell’ambito dibattito pubblico durante il periodo di approvazione della legge sulle unioni civili, compiendo talvolta l’errore grossolano di confonderlo con l’istituto della stepchild adoption* . La maternità per surrogazione ha generato dei posizionamenti molto netti, ma, data la sua complessità, schierarsi per un SI o per un No è sicuramente poco utile alla comprensione di tutti gli aspetti coinvolti sul piano etico, socio-politico, economico e psicologico.
Il fenomeno è conosciuto da tempo, in passato avveniva nel silenzio e si realizzava prevalentemente nell’ambito dei rapporti interpersonali, ricorrendo, per esempio, all’aiuto di una sorella che metteva a disposizione 9 mesi della sua vita per permettere all’altra di realizzare il proprio desiderio di maternità, ma ancora nessuno poteva incidere sulla libertà di procreare.

Oggi assume connotazioni molto diverse. Con l’aiuto della medicina, e soprattutto con l’avvento delle nuove tecnologie, questa pratica è diventata un fenomeno pubblico e la giurisprudenza ha iniziato a interrogarsi sulla sua disciplina. In molti paesi, come in Italia, è vietata, in alcuni non è disciplinata, in altri è invece regolamentata con leggi specifiche che definiscono vincoli e modalità.

La maternità surrogata o per sostituzione, detta anche gestazione per altri o gestazione d’appoggio – la stessa scelta delle parole denota la complessità della questione – può essere totale o parziale. Nel primo caso la donna non ha alcun rapporto genetico con l’embrione che crescerà ma mette a disposizione solo il proprio corpo per la gestazione; nel secondo caso anche gli ovuli.
Lo scopo della surrogazione può essere economico o di solidarietà. I motivi possono essere diversi:
– Incapacità gestazionale (infertilità, sterilità)
– Coppie same-sex
– Malattia della madre tale per cui una gravidanza potrebbe aggravare lo stato di salute
– Donna che non vuole modificare il proprio corpo (aspetto più teorico e meno riscontrabile nella realtà).

Il dibattito sulla maternità surrogata si concentra principalmente sulle seguenti obiezioni:
– Un terzo viene intromesso nei rapporti di coppia (in senso dispregiativo), violando il patto di fedeltà e mettendo a rischio l’unione familiare (questa obiezione è caduta in disuso).
– Violazione della dignità della donna considerata strumento dei desideri altrui.
– Sfruttamento della donna surrogata: danno a carico di una donna più forte per il desiderio delle donne che vivono in situazioni disagiate
– Il legame madre-bambino/a viene reciso alla nascita
– Costi elevati.

Non essendo questo il contesto per affrontare tutti gli aspetti legati alle obiezioni appena riportate, ci si limiterà a proporre delle riflessioni sulle dinamiche relazionali che si creano tra le figure coinvolte nel processo di surrogazione.

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Fotogramma Film “La Balia” di Marco Bellocchio del 1999

Prima di prendere qualsiasi posizione è necessario porsi alcune domande.

Chi è la madre? Madre genetica e madre sociale possono essere diverse?
Che tipo di legami familiari si vengono a creare tra la madre genetica, il figlio o la figlia, e i genitori sociali?

Nell’esperienza della madre biologica e/o genetica manca il desiderio di maternità, è assente il progetto, il pensare il figlio dopo la nascita: la donna sa già che genererà un figlio non per se stessa ma per altri.
La madre genetica può per certi aspetti essere paragonata al padre, che per ragioni biologiche non porta il figlio nel suo grembo ma ne diviene a pieno diritto genitore. La genitorialità infatti inizia molto prima della gestazione e sono diversi gli elementi che concorrono nel definire la scelta di dare vita ad un figlio, potenzialmente descrivibili in fasi, che vanno dalla sperimentazione del desiderio genitoriale fino alla definizione e appropriazione del ruolo genitoriale.
I genitori all’interno di una coppia o il singolo genitore che sceglie di dar vita ad un figlio senza partner, desiderano, accolgono, pensano, progettano la propria vita, con un impegno – personale, emotivo, economico. Tale progettualità è in grado di creare, accanto a quel luogo corporeo nel quale prenderà vita il feto, uno spazio affettivo, un nido simbolico, che predispone all’accoglienza del figlio creando le radici del legame molto prima della nascita.
Da un punto di vista relazionale è fondamentale considerare il sistema all’interno del quale il bambino viene pensato e generato. Un sistema che va ampliato e allargato nella sua rappresentazione e configurazione, come accade nelle famiglie ricomposte.
La madre surrogata partecipa al processo procreativo senza assumere l’identità genitoriale che ne fa il “proprio” figlio o la “propria “figlia”. I genitori intenzionali partecipano pienamente alla relazione con il figlio attraverso la madre surrogata. L’attaccamento della madre verso il feto è multidimensionale e chiama in causa aspetti diversi per la gestante e per i genitori intenzionali, nel primo caso infatti l’attaccamento subisce un processo diverso perché manca la preoccupazione per il futuro del feto, proiettata sui genitori intenzionali, autori del progetto procreativo.
Il riferimento alla madre surrogata, la cui presenza può essere reale o simbolica, che in termini giuridici si configura nel diritto alle origini, permette la legittimazione di una memoria biologica, quell’esperienza primordiale del feto all’interno dell’utero che va riconosciuta e valorizzata nei racconti della sua nascita, negandola e recidendola si rischia di creare un tabù, un segreto, un vuoto narrativo nello sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale. Non va sottovalutato infatti l’impatto dell’espressione emotiva non verbale, che passa attraverso il silenzio rivelatore e linguaggio del corpo, i non detti hanno spesso un potere maggiore delle parole.
È di grande importanza riconoscere nella storia familiare la figura della madre surrogata e inserirla nella rappresentazioni genealogiche attraverso fiabe e metafore che progressivamente si arricchiscono di informazioni sempre più comprensibili al figlio in base all’età.
Il ritratto familiare che viene così dipinto non differisce da quello che si realizzava quando i bambini venivano dati a balia alla nascita o da quello che prende vita dalle famiglie che attraversano una ricostituzione, in seguito a separazioni e ricomposizioni. La crescita e lo sviluppo richiedono relazioni affettive di qualità, senso di appartenenza, cura dei legami.

Ci sono due lasciti durevoli che possiamo dare ai nostri figli e alle nostre figlie. Uno sono le radici. L’altro sono le ali.
Hodding Carte

Note

  • La stepchild adoption è il meccanismo che permette ad uno dei membri di una coppia di essere riconosciuto come genitore del figlio, biologico o adottivo, del compagno o della compagna.
  •  Quando si parla di coppia si fa riferimento all’unione di due persone di sesso diverso o dello stesso sesso che intrattengono una relazione, sia essa di fatto o legalmente riconosciuta dall’istituto delle unioni civili o del matrimonio. Attualmente il 90% delle coppie che ricorre alla surrogazione è eterosessuale.
  • L’uso alternato al maschile e al femminile dei termini figlio e figlia è stato scelto esclusivamente per motivi di praticità linguistica.

L’articolo nasce da riflessioni e appunti di viaggio presi durante la II edizione dell’International Summer School on Gender Studies 2016 – Le nuove frontiere del diritto e della politica. Questioni LGBT – UNIMC Università di Macerata

Note bibliografiche
Corti I., 2000. La maternità per sostituzione. Giuffrè
Ferrari F., 2015. La Famiglia Inattesa. I genitori omosessuali e i loro figli. Mimesis. Frontiere della psiche.
Gambini P., 2007. Psicologia della Famiglia. La prospettiva sistemico-relazionale. Milano, Franco Angeli

 

Essere fertili non vuol dire diventare madri!

Il mio ruolo procreativo non ha trovato spazio nella mia vita e per questo sono spesso tagliata fuori dai discorsi sui pannolini, l’asilo, le pappe. Il mio orologio biologico non ha una sveglia, non ne vuole proprio sapere di suonare e ricordarmi che è arrivato il momento che anche io entri nel club delle mamme.

Oggi però  ci pensa il Ministero della Salute a sostituirsi al mio corpo e farmi da sveglia, vuole avvisarmi che sono indietro, incompiuta, poco devota alla sopravvivenza della specie umana!

Ancora una volta è necessario ribadire con forza che la maternità non è un percorso obbligato. Il ruolo procreativo non trova spazio nella vita di tutte le donne, l’orologio biologico non suona necessariamente per tutte. Quell’istinto materno così bramato e rivendicato potrebbe non farsi mai sentire durante l’esistenza, senza andare per questo ad intaccare l’identità e la possibilità di una piena realizzazione personale e sociale. Tante  sono infatti le strade e le modalità per definirsi, costruirsi, viversi nella propria completezza.

Quando una donna sceglie di non avere figli/e viene giudicata, la sua scelta viene letta e pesata come una esautorazione da un compito quasi obbligato, “ha preferito la carriera ai figli, al suo ruolo di madre, la vita lavorativa a discapito di quella personale”, si, per molte e da una prima lettura può essere visto in questo modo ma possiamo pensare che ci sia dell’altro, che quel preferire la carriera non sia una rinuncia, uno scarto, ma un’azione consapevole fondata sul proprio desiderio di sviluppo personale, di far emergere talenti, valori, potenzialità.

Eppure ancora oggi permane una forte pressione a misurare i fatti della vita secondo una serie di tappe precostituite che vedono fondamentale nella vita femminile il momento della creazione e che sembrano rendere inscindibile la cosiddetta “femminilità” dalla generatività.

Secondo l’ISTAT tra le donne nate nel 1970 il 20% non avrà figli/e alla fine del percorso riproduttivo, contro il 13% per le generazioni del 1960 e del 1940. La maternità non rappresenta più una dimensione fondamentale nella costruzione dell’identità, e, spesso, il bisogno di diventare madri è il risultato di aspettative e pressioni sociali e familiari che continuano a rinforzare quell’immaginario di femminilità che lega indissolubilmente la donna al materno. Molte donne non desiderano diventare madri ma avere una gravidanza, bramano quell’esperienza del corpo e del possesso di un figlio proprio, ma probabilmente la loro vita avrebbe funzionato anche senza un figlio.  Altre volte il desiderio è dissociato dall’esperienza procreativa e si trasforma in disponibilità all’adozione, dando priorità alla volontà di crescere un figlio o una figlia.

Il mio istinto è molto preciso nel merito: un figlio non lo voglio. I miei amici, quando mi vedono coi bambini, dicono che sarei una madre bravissima. Ma io non credo. I bambini mi piacciono, ma a piccole dosi. Se ci fosse una telecamera dell’anima che proiettasse su uno schermo quello che provo quando vedo un bambino che fa i capricci… non si può dire. Mi sento un mostro, solo a pensarlo. Trovo che il pianto isterico di un bambino sia la cosa meno tollerabile del mondo.” Alessia

Nella specie umana l’istinto materno non è biologicamente determinato ma è il risultato di una complessa interazione tra fattori corporei, psicologici, culturali e sociali.  Il fatto che le donne siano predisposte biologicamente alla procreazione non implica che lo siano anche  al desiderio di maternità e all’esercizio del ruolo materno, un vestito socialmente e culturalmente costruito che si modella alla persona che sceglie di indossarlo. Conoscenze, competenze, comportamenti, atteggiamenti definiscono il ruolo di cura, sia esso materno o paterno, ma si sviluppano nel corso della vita e dell’esperienza attraverso  processi di apprendimento.

Essere fertili non implica obbligatoriamente diventare madri, essere donne non significa avere istinto materno, il corpo e la sua sessualità sono due condizioni che possono incrociarsi per produrre una nascita, ma anche convivere serenamente lontano dalla riproduzione.

Non ho nessun desiderio di procreare eppure sono in cerca dell’amore . Procreazione. Una super-rifinita sala da pranzo stile Queen Ann a prezzo stracciato. Legno vero. È questo che voglio? La famiglia modello, due più due nel kit di montaggio di una comoda casetta. Non voglio il modellino, voglio l’originale in dimensioni reali. Non voglio riprodurmi, voglio fare qualcosa di completamente nuovo.

Jeanette Winterson, Scritto sul corpo

 

Alcune letture ispiratrici

Cirant E., Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte

De Beauvoir S.. Il Secondo Sesso

Di Pietro A., Tavella P., Madri selvagge, contro la tecnorapina del corpo femminile.